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Legge stadi, ecco perché
non piace ai grandi club

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Il 13 novembre Enrico Letta, davanti a tutto il mondo dello sport, aveva promesso un emendamento del governo per varare (finalmente) la famosa legge sugli stadi, anzi sugli impianti sportivi. Dal salone d'onore del Coni si era levato un applauso convinto, un grazie da parte di tutte le Federazioni, grandi e piccole. Questa legge, più sugli impianti di base che sui mega stadi, sta per essere approvata: entro domani dovrebbe entrare, a meno di colpi di scena che al momento sono da escludere, nella legge di stabilità. Con grande soddisfazione del Coni: sì, perché grazie all'interessamento del suo presidente, Giovanni Malagò, e del dg della Coni Servizi, Michele Uva, è stata privilegiata (soprattutto) la parte che riguarda i piccoli impianti sportivi, portati ad esempio da 7000 posti a 2000 per quanto riguarda quelli all'aperto. In un primo tempo l'emendamento, formulato male, si era arenato al Senato. Ora, riveduto e corretto dal ministro Delrio, è stato ripresentato alla commissione bilancio della Camera, ed è in via di approvazione. Non piace ai vertici del calcio. Maurizio Beretta, presidente della Lega di serie A, e Claudio Lotito, n.1 della Lazio, della Salernitana, nonché consigliere federale, sostengono infatti che "non serve". "Così non ci saranno nuovi impianti", hanno tuonato i due dirigenti. Il motivo? Nel nuovo testo c'è possibilità di avere procedure agevolate (ora ci vogliono 7-8 anni...) ma non si parla più di nuovi "insediamenti edilizi" e di strutture commerciali "non adiacenti" all'impianto sportivo. In realtà, la nuova legge sarebbe molto penalizzante per i grandi impianti sportivi, dai 20.000 posti in su, e favorirebbe, come detto, i piccoli stadi, i palasport, incontrando così il consenso del Coni. Per ora gli stadi di proprietà sono solo tre: Juventus, Udinese, Sassuolo (Squinzi ha appena acquistato il Giglio di Reggio Emilia). Ma altre società sono in attesa: non solo la Lazio di Lotito ma anche la Roma di Pallotta, il Milan, l'Inter. Le nuova legge non li favorisce. Non ci sono dubbi. Ad esempio, la Roma dovrebbe fare le opere di urbanizzazione, che costano circa il 20% del progetto, perché il Comune non ha soldi. Poi, non ci sarebbero nuovi insediamenti edilizi, e quindi il discorso della "compensazione" andrebbe a penalizzare chi costruisce. Insomma i presidenti dei grossi club. Che dovrebbero sbrigarsela da soli, e quindi è possibile che qualcuno riveda i progetti. Ma ci sono anche esempi (virtuosi) da seguire: l'Espanyol di Barcellona, ad esempio, ha costruito uno stadio, il Cornellà El Prat, da 40.500 posti con soli 65 milioni di euro. I mega-impianti, adesso, non servono più. E' cambiato il modo di seguire il calcio. In più, non dimentichiamolo, siamo in tempo di crisi. La Juve insegna: impianto non certo faraonico, stile El Prat, ma sempre pieno. L'importante, per il tifoso, è sentirsi a casa. E' possibile? Certo che lo è. A meno che uno voglia costruire uno stadio con intenti speculativi e allora è chiaro che è rimasto deluso da Letta...

"I pugni degli eroi", un bel libro per Natale
"I pugni degli eroi" (Absolutely Free Editore, 16 euro) è un bel libro, da regalare a Natale a chi magari conosce poco quel mondo, la fatica, il sudore, il riscatto dalla miseria. Lo hanno scritto Franco Esposito e Dario Torromeo, due giornalisti di vecchio corso, appassionati e competenti come pochi: e le storie, le leggende di 46 pugili sono avvincenti, ci raccontano un mondo che non c'è più. Poca Italia (Carnera, Loi, Mazzinghi e Benvenuti) e poca attualità (Pacquiao). La boxe di un tempo è scomparsa ormai, ma restano vivi gli eroi grazie ad Esposito e Torromeo. Il libro è stato presentato ieri Roma: belle, utili, anche le schede dei campioni, per ricordare cosa hanno fatto e cosa fanno oggi i sopravvissuti di quel mondo.