Mai così duro. “Malagò finisce con questo mandato, non c'è rinnovo perchè la legge non lo prevede”, ha detto ieri il ministro dello sport, Andrea Abodi, in occasione del Festival di San Remo. Il suo pensiero è chiaro da tempo e lo ribadisce sovente: per lui i dirigenti sportivi non devono (non dovrebbero) superare i tre mandati. Lo disse anche in merito ai presidenti di Federazione: poi ci fu il blitz parlamentare (orchestato con maestria da Paolo Barelli) e le decisione della Corte Costituzionale che cambiò tutto. Ma restano ancora in ballo Malagò, in quanto il Coni è Ente pubblico, e i presidenti dei Comitati regionali del Coni: tutti soggetti al limite ai mandati, massimo tre. Il braccio di ferro fra Abodi e Malagò, ormai, è quasi quotidiano. Fra i due l'antica amicizia ora si è profondamente incrinata. Malagò ha forte stima di Abodi come manager, più che come politico. D'altronde, Abodi era ormai avviato a diventare l'ad della Fondazione Olimpica (presidente Malagò guarda caso...), e stava in pratica già tessendo i rapporti di lavoro con il Cio: poi la sua amica premier, Giorgia Meloni, nel complicato risiko politico, gli ha chiesto di accettare la nomina a ministro (senza portafoglio) dello sport e di giovani. Abodi non poteva certo dire di no: e ora fa il ministro con grande entusiamo e impegno. Fra i due c'era una antica amicizia, come detto: appena insediato, il 22 ottobre 2022, d'altronde Malagò organizzò una cena a casa sua, nel cuore di Roma, proprio per festeggiare il neoministro. Ma da allora si sono allontanati. Colpa di antiche ruggini, forse. Colpa di alcune scelte di Abodi in questi ultimi tempi? Forse Abodi si sarebbe aspettato un appoggio maggiore dal suo (allora) amico Malagò quando si candidò alla presidenza Figc nel 2017 (e perse di poco contro Tavecchio ottenendo il 45,97%). Ma quando Abodi è stato alla guida del Credito Sportivo fra lui e l'attuale inquilino di Palazzo H c'era fortissima sintonia e collaborazione costante (tanto che Malagò si schierò a difesa di Abodi contro l'ex ministro Spadafora che voleva farlo fuori).
Ora il braccio di ferro sui mandati, ma non solo su quello, li vede su due fronti lontani che solo una decisione politica potrebbe riavvicinare. E si sa che quando c'è di mezzo la politica può succedere di tutto. Oppure niente.Malagò aveva indicato gennaio come data decisiva per conoscere del suo futuro. Ma gennaio è passato e non è successo nulla: ora l'asticella è stata spostata a marzo. Oltre a metà marzo infatti non si potrà più andare. Sì, perché il futuro di Malagò al Coni è legato anche a quello dei presidenti dei Comitati Regionali. Sono sei in ballo, su 21, che rischiano di non potersi più ricandidare: fra questi Sergio D'Antoni, n.1 del Coni Sicilia (ha due mandati e mezzo ma gliele calcolano tre...), Riccardo Viola (Coni Lazio) e Domenico Ignozza (Coni Umbria). In una recente riunione al Coni con gli organismi sportivi, Abodi, sollecitato proprio da un presidente regionale in uscita, aveva ricordato che anche per loro “c'è la legge e c'è il parlamento...”.
Ma Malagò non si arrende e nemmeno si arrende il suo amico D'Antoni che certo conosce come pochi il mondo della politica. Il loro destino è lo stesso. O tutti o nessuno. Un provvedimento legislativo potrebbe sbloccare la situazione ma il tempo ormai sta per scadere: fra un mese, marzo appunto, iniziano le votazioni del territorio che porteranno al 26 giugno quando sarà eletto il nuovo (o vecchio?) presidente del Coni. Malagò ha nemici, di Abodi abbiamo già detto, ma anche qualche amico (non molti) nel governo attuale e di sicuro ha come alleati quei sei presidenti regionali che rischiano di andare a casa insieme a lui (anzi, prima di lui...). E nell'entourage che appoggia il n.1 del Coni c'è anche Franco Carraro, non solo dirigente sportivo con un curriculum che nessuno ha, ma anche forte conoscitore del mondo politico, essendo stato ministro, sindaco di Roma e senatore di Forza Italia. Tramontata l'ipotesi di una deroga “olimpica” per restare al Coni sino ai Giochi di Milano-Cortina 2026. Non si può fare. Sarebbe contro la Carta Olimpica e figuriamoci se uno come Carraro può sostenere un'azione contro il Cio... Allora non resta che una sola strada, quella di un intervento politico che equipari per decreto l’elezione del presidente del Coni a quanto avviene oggi per l’elezione dei presidenti di federazione. Qualcuno adesso ricorda anche che il Coni è vero che è Ente pubblico, come il tiro a segno: il Coni funziona certo grazie al 60 per cento dei contributi statali (diminuiti e non di poco in questi anni) ma anche grazie al 40 per cento delle sponsorizzazioni. Insomma, c'è chi sostiene che il Coni è anche la Federazione della Federazioni. Materia intricata assai in un braccio di ferro arrivato ormai alla conclusione. Qualunque essa sia.
Federazione tiro con l'arco al voto domani. Aci il 9 luglio
Domani a Fiumicino va al voto la Fitarco, Federazione italiana tiro con l'arco. Il presidente Mario Scarzella non si ricandida dopo cinque mandati: ha portato il tiro con l'arco ai vertici mondiali e ora conserva la carica internazionale. Al suo posto sono candidati per il prossimo quadriennio Vittorio Polidori, che pare il favorito, e Stefano Tombesi. All'assemblea saranno presenti Pancalli e Malagò. Intanto l'Aci ha deciso di andare di nuovo alle urne il 9 luglio (le camdidature si chiuduno il 31 marzo): lo scorso anno il presidente Angelo Sticchi Damiani, che ha avuto un ruolo chiave sui Gp di Formula 1 a Monza e Imola, era stato confermato al vertice dell'Ente con oltre il 90 per cento dei consensi.