Startup Stories

Trent'anni, maschio, viene dal Nord.
È l'identikit dello startupper italiano

Sondaggio in un campione di giovani imprenditori digitali italiani, in una tesi di laurea alla Bocconi di Milano. E quattro su dieci hanno dato vita a più di un'impresa di FILIPPO SANTELLI

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È MASCHIO, sulla trentina. Se lo incontrate, nei corridoi di un incubatore di impresa, vi parlerà con accento del Nord. Vi racconterà dei suoi studi di ingegneria e dei suoi anni da dipendente, prima di tentare il grande salto, mettersi in proprio. Probabilmente lo conoscete già: questo è il profilo tipico dello startupper italiano. L'identikit dell'imprenditore digitale, così come emerge dalla tesi di laurea di Niccolò Meroni, neolaureato all'Università Bocconi di Milano. Un sondaggio condotto tra 185 imprenditori della penisola, contattati sfruttando database come quello della piattaforma Startupbusiness. "Si tratta del primo censimento dell'ecosistema digitale italiano - spiega Meroni - e proprio per questo sono partito dalle basi". Dal genere, quindi, ottenendo conferma statistica di quanto ad ogni evento del settore hi-tech appare evidente. La quasi totalità degli imprenditori, l'87%, è composta da uomini.

C'è poca diversità tra i giovani capitani di impresa. Con qualche eccezione: "Io non l'ho mai vissuta come una questione di genere, ma di merito", dice Emanuela Zaccone, startupper di Messina trapiantata a Roma. Trentenne, come buona parte (il 41%) dei suoi colleghi. Ma eccezione in molti sensi. Geografico: il 60% degli imprenditori digitali viene dal Nord, lei dalla Sicilia. Educativo: ha studiato comunicazione, non ingegneria (come il 40% degli intervistati) o economia (35%). Anche se il suo dottorato, tra Bologna e Nottingham, era centrato sui social media. La metà degli startupper tricolori opera infatti nell'ambito di internet.

Quattro su dieci, poi, sono seriali: hanno dato vita a più di un'impresa. E così anche Zaccone. Nel 2012, insieme al creatore di Funambol Fabrizio Capobianco, ha fondato Tok.tv, con base a San Francisco. Produce applicazioni "second screen" che ricreano attraverso il tablet l'esperienza di guardare la televisione in compagnia, anche se gli amici sono distanti. E a gennaio di quest'anno ha fatto il bis con Aida Monitoring, che analizza le conversazioni sui social media e le trasforma in strategie di comunicazione.

Lo stesso lavoro che faceva per Telecom Italia, ma questa volta in proprio. Altro passaggio tipico: oltre quattro startupper su cinque hanno nel curriculum un'esperienza da dipendenti. Non esattamente dei Mark Zuckerberg, che abbandonano gli studi per inseguire un'idea, il 70% è laureato. L'idea di fare impresa nasce di solito attraverso brainstorming (42%) e nella metà dei casi si tratta di innovazione, più che di invenzione. I team sono piccoli (di norma dalle 2 alle 4 persone) e spesso si formano tra amici. Con un effetto sulla composizione: "Il livello di istruzione dei membri - dice Meroni - tende ad essere uniforme a quello del fondatore: i più formati assumono collaboratori più formati".

Solo il 30% delle startup muove i primi passi all'interno di un incubatore, anche se oltre la metà ha partecipato a qualche competizione di settore. I problemi più duri? Non tanto definire il piano imprenditoriale. "Gestire la burocrazia italiana" e "cercare finanziatori", risponde la maggioranza, anche se quest'ultima missione risulta più semplice per chi ha imprenditori in famiglia. E fin dall'inizio si pensa all'exit, alla strategia di uscita. Il 65% degli startupper venderebbe l'azienda di fronte a una buona offerta. Per poi investire i soldi in un nuovo progetto: "Chi lavora in questo campo sa che le buone idee possono trasformarsi in impresa", conclude Zaccone. "È un percorso naturale".

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