Da Risparmio super ai giochi di Timbuktu
50 modi per dire che l'innovazione è donna
Il network Girls in tech ha pubblicato la lista delle innovatrici tecnologiche italiane. Idee, personalità, stili differenti, però tutte dotate di un permanente "spirito beta" di ROSITA RIJTANO
IN MANO smartphone e tablet. Ai piedi tacchi vertiginosi. Donne sì, e guai a discutere di stereotipi, ma hi-tech. Sono cinquanta le pioniere dell'innovazione italiana scelte per la prima classifica rosa dedicata al mondo della tecnologia. Hanno viaggiato, sono tornate nella terra d'origine con orizzonti più ampi, e hanno lavorato sodo in settori monopolizzati da uomini. Con un unico mantra: cambiare. Dall'assistente magico di Atooma al mondo dei giochi interattivi di Timbuktu, ma anche Pink up, che segue tutte le fasi della vita femminile, e l'assistenza delle "Cicogne". Idee, personalità, stili differenti, però tutte dotate di un permanente "spirito beta" che, spiegano, "non ci fa mai sentire realizzate, spinge alla creatività e al rinnovamento".
A stilare l'elenco è Girls in tech Italy, corrispettivo nostrano dell'omonimo network statunitense. Una rete digitale fondata sei anni fa nel cuore della Silicon Valley d…
IN MANO smartphone e tablet. Ai piedi tacchi vertiginosi. Donne sì, e guai a discutere di stereotipi, ma hi-tech. Sono cinquanta le pioniere dell'innovazione italiana scelte per la prima classifica rosa dedicata al mondo della tecnologia. Hanno viaggiato, sono tornate nella terra d'origine con orizzonti più ampi, e hanno lavorato sodo in settori monopolizzati da uomini. Con un unico mantra: cambiare. Dall'assistente magico di Atooma al mondo dei giochi interattivi di Timbuktu, ma anche Pink up, che segue tutte le fasi della vita femminile, e l'assistenza delle "Cicogne". Idee, personalità, stili differenti, però tutte dotate di un permanente "spirito beta" che, spiegano, "non ci fa mai sentire realizzate, spinge alla creatività e al rinnovamento".
A stilare l'elenco è Girls in tech Italy, corrispettivo nostrano dell'omonimo network statunitense. Una rete digitale fondata sei anni fa nel cuore della Silicon Valley da Adriana Gascoigne che oggi ha diciassette mila membri e trentadue diramazioni attive in Europa, Asia e America latina. Lo scorso marzo l'inaugurazione nel bel Paese. "Promuovere la crescita e il successo delle donne e delle startupper nel settore della tecnologia", è il manifesto della responsabile Anna Sargian. Spiega Gaia Costantino, manager tecnico dell'associazione: "Intendiamo creare un network che aiuti le donne a capire come parlare agli investitori perché 'nessuno nasce imparato'. A settembre organizzeremo una serie di workshop gratuiti. C'è molto fermento ed è un peccato che non siamo molto consapevoli dello spirito imprenditoriale femminile".
Da qui l'idea di realizzare la lista. Un lavoro che è stato sviluppato grazie alla rete, attraverso le segnalazioni e il coinvolgimento di blogger, startupper e giornalisti, una gestazione di cinque settimane e un aggiornamento previsto ogni quattro mesi. Già decine le richieste d'adesione dopo pochi giorni. "Continuano a scriverci dicendo: ci sono anch'io, inserite anche me. Fino ad alcuni anni fa le donne rischiavano meno, prioritaria era la sicurezza legata alla famiglia, la tendenza sta cambiando, bisogna far capire che essere imprenditrici si può".
Un gap, quello fra uomo e donna, confermato dai numeri. Per il rapporto di Mind the Bridge, solo l'undici per cento delle nuove imprese sono composte da ragazze. Gli startupper sono per lo più uomini, del centro-nord, hanno in media trentatré anni e alle spalle un master o un dottorato. Scherza Barbara Labate, una delle "Girl in tech", fondatrice di Risparmio super che monitora i prezzi dei prodotti in tredici mila punti vendita: "Fare impresa è un'impresa. All'estero le aziende italiane avrebbero un valore fino a cinque volte superiore e alle donne sono date meno chance".
La situazione però non è più rosea superati i confini nazionali. Secondo il National center for women & information technology, nel mondo informatico americano è rosa solo il 25 per cento dei posti di lavoro, numero che scende ulteriormente quando si parla di occupazioni tecniche nelle start up. E non va meglio anche in Gran Bretagna, dove il numero d'imprenditrici hi-tech è sceso dal 22 per cento del 2001 al 17 per cento nel 2011.
"Il problema della partecipazione femminile nei settori scientifici, tecnologici e matematici è diffuso in tutto il mondo", commenta Selene Biffi. All'attivo quattro startup sociali, l'ultima, Plain Ink, aiuta i bimbi e le famiglie povere a evitare l'esclusione sociale grazie a fumetti interattivi. "È necessario invertire la rotta se vogliamo evitare che, nei prossimi tre anni, diecimila posti di lavoro rimangano vacanti per la mancanza di forza lavoro adeguatamente preparata".
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