Startup Stories

Gastroscopia in tempo reale: "15 secondi per scovare il rischio di tumore"

Niso Biomed si è ggiudicato il premio Leonardo, dedicato alle aziende tricolori leader nell'innovazione, al quale accedono i vincitori delle principali competizioni italiane per startup

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L'INVENZIONE è di un medico pugliese, Antonio Tucci. Una macchina in grado di rendere più rapido e accurato uno degli esami più temuti, la gastroscopia. Il merito di Paul Muller, 46enne imprenditore piemontese, è averne intuito le potenzialità di mercato. Isolare in anticipo i pazienti a rischio di tumore significa risparmiare agli altri inutili e costose analisi. Così, dopo quattro anni di sviluppo, da qualche mese il dispositivo è arrivato nei primi ospedali, in Italia e all'estero. E oggi Niso Biomed, l'impresa fondata da Muller a Torino, ha ricevuto dal presidente Giorgio Napolitano il premio Leonardo Startup, dedicato alle aziende tricolori leader nell'innovazione. Una specie di "premio dei premi" del made in Italy tecnologico, visto che al concorso organizzato da Comitato Leonardo, ministero dello Sviluppo economico e Ice accedono i vincitori delle principali competizioni italiane per startup.

"Grazie alla nostra macchina la gastroscopia diventa un esame in tempo reale", spiega Muller. Quindici secondi, tanto basta a Endofaster per analizzare i succhi gastrici risucchiati dalla sonda che esplora lo stomaco. Rivelando al medico la presenza di fattori di rischio tumorali, come l'Helicobacter pylori: "In media si trovano solo nel 15% delle persone esaminate - prosegue l'imprenditore - perciò il medico sa fin dall'inizio se è il caso di procedere con esami più approfonditi oppure no". Si stringe il campo sui soggetti più esposti alla malattia, prelevando solo a loro i campioni di tessuto necessari per la biopsia. Agli altri pazienti, e all'ospedale, si evitano analisi non necessarie. Così, se ogni esame con la macchina costa circa 15 euro, rispetto alla procedura tradizionale la struttura sanitaria arriva a risparmiarne almeno 30.

Quando Muller ha acquisito il brevetto dal dottor Tucci, nel 2009, il dispositivo era solo un prototipo, "costruito nel garage, con l'aiuto del figlio esperto di elettronica". Ci voleva il suo fiuto, allenato negli anni passati a occuparsi di venture capital e spinoff universitari, per vederci dietro un'impresa. L'ha fatto riprogettare, ha ottenuto le certificazioni, ma soprattutto la validazione scientifica da parte di alcuni tra maggiori esperti italiani di endoscopia. Procedure lunghe e costose, finanziate di tasca propria e con l'aiuto dell'industriale piemontese Michele Guala, 450mila euro a testa. Ma anche, caso raro per una startup, delle banche: "Abbiamo ottenuto da Intesa e Unicredit prestiti per 600mila euro, perché fin dall'inizio abbiamo dato all'azienda un capitale solido". La campagna di vendita è cominciata l'anno scorso. Al momento Endofaster si trova in quattro ospedali italiani e tre inglesi, con un quarto in arrivo. Intanto i medici di Cambridge hanno iniziato a usare la macchina anche per monitorare i pazienti che assumono farmaci antiacidità, molto difficili da dosare.

Ancora non basta, però. Da Niso Biomed gli ospedali ricevono il dispositivo gratuitamente, per poi pagare a seconda dell'utilizzo. Ce ne vorrebbero circa 50 operativi perché la startup, che oggi impiega cinque persone, vada in attivo: "Ci arriveremo entro un anno e mezzo", prevede Muller. Ma con la spending review che in Italia coinvolge gli ospedali, l'unico modo per farcela è guardare all'estero. L'azienda sta attivando la distribuzione in Spagna, Portogallo, Israele, Arabia Saudita e India, mercati che riconoscono il marchio Ce. "Mentre cerchiamo delle imprese con cui allearci negli Stati Uniti e in Giappone, due dei Paesi a più alta incidenza di tumori allo stomaco, per ottenere anche lì le certificazioni necessarie". Un'espansione che va finanziata con nuovi capitali. Muller sta discutendo sia con tre fondi di venture capital che con un paio di investitori industriali. La speranza è di seguire le orme di un'altra giovane azienda biomedicale, Silicon Biosystems. Vincitrice lo scorso anno del premio Leonardo, ha sviluppato un sistema per isolare le cellule tumorali nel sangue e a fine 2013 è stata acquisita dal colosso farmaceutico Menarini. Una delle poche exit, vendite di successo, registrate finora dalle startup italiane.