LE CHIEDONO i tassisti milanesi, infuriati per l'arrivo di UberPop. E gli albergatori di tutto lo Stivale, preoccupati che Airbnb sottragga loro clienti. Ma che la Pubblica amministrazione scriva nuove regole, per farli uscire una volta per tutte "dalla zona grigia in cui oggi operano", lo vorrebbero anche gli stessi protagonisti della sharing economy. Si legge in un documento di lavoro a sostegno dell'economia della condivisione che ShareExpo, un comitato capitanato da esperti del settore, sottoporrà a vari Comuni coinvolti nell'Expo2015. E nel quale ha sintetizzato la posizione di molte delle più importanti piattaforme di sharing attive in Italia, tra cui Airbnb, BlaBlaCar e Gnammo. Al punto uno, tra le loro proposte, proprio quello di definire una cornice normativa trasparente e definita.
Nella partita tra tradizione e innovazione, finora, sono mancati gli arbitri. Su Uber il Comune di Milano si è definito impotente. La palla è passata al ministro dei Trasporti Lupi che ha definito UberPop, il nuovo servizio che permette anche ai privati di offrire una corsa in auto, illegale. Salvo essere smentito dal premier Renzi, che ha promesso di gestire in prima persona il dossier. Non è un problema solo tricolore. Un mese fa UberPop è stata bandita da Bruxelles. In molte città, da New York a Berlino, affitti a breve termine come quelli su Airbnb sono vietati o limitati. Ma in Italia la sharing economy cresce veloce: circa 140 piattaforme, più di una trentina i siti di crowdfunding: "Il 15% degli italiani li ha già sperimentati", spiega Federico Capeci, direttore di Duepuntozero Doxa, che di recente ha svolto un sondaggio sul tema. Le ragioni principali sono economiche: condividere la macchina, affittare una stanza vuota in casa o un trapano che prende polvere in cantina consente di mettere da parte qualche euro utile. "Siamo in quel momento decisivo di penetrazione di una nuova tecnologia in cui si determina se diventerà maggioritaria o resterà di nicchia", continua Capeci. E a trattenere chi conosce la condivisione, ma ancora non la pratica, è proprio la mancanza di fiducia.
Norme certe, dunque, aiuterebbero anche la crescita delle piattaforme. "Bisogna fare uscire le pratiche collaborative dalle zone grigie - si legge nel documento di ShareExpo - trovando soluzioni per ammortizzare l'impatto su quelle categorie che da queste innovazioni possono perdere benefici, ad esempio i tassisti". Altro suggerimento: "Separare, dal punto di vista fiscale, la posizione di chi usufruisce di questi servizi in maniera temporanea e di chi, invece, li utilizza come nuovo lavoro". Perché c'è chi usa Airbnb per arrotondare, ma anche sempre più affittacamere di professione che se ne servono in modo regolare. E così sulle altre piattaforme dove si offrono prestazioni o oggetti in cambio di denaro. Finora i siti se ne sono lavati le mani, sottolineando di essere solo dei mediatori: più di invitare gli utenti a rispettare le norme non possono (o vogliono) fare. Di certo, non fornire alle autorità dati sensibili. Airbnb però ha detto anche di essere disponibile a dare maggiore visibilità alle norme locali sugli affitti.
Reale volontà di collaborare o semplice strategia? Qualche sospetto viene, considerato che proprio nei giorni in cui litiga con i tassisti di mezza Europa Uber ha visto la propria valutazione schizzare oltre i 12 miliardi di dollari. Muoversi in un contesto non regolato garantisce a chi usa le piattaforme di condivisione un vantaggio competitivo rispetto agli operatori tradizionali. E da buone multinazionali della tecnologia queste startup non esitano a usare i mille e uno modi disponibili per pagare le tasse dove sono meno salate. La prospettiva di essere bandite però, o magari di finire fuori mercato a causa di norme troppo stringenti, le ha in queste ultime settimane spinte a un dialogo più stretto con chi quelle leggi le scrive.
"Se non vogliono essere un ostacolo all'innovazione anche l'atteggiamento delle amministrazioni deve cambiare", commenta Gianni Dominici, direttore generale del Forum Pa (27-29 maggio a Roma), sorta di stati generali della pubblica amministrazione, che nell'ultima giornata ospiteranno una sessione dedicata all'economia collaborativa. Lo Stato che gestisce, spiega Dominici, deve diventare uno Stato che abilita, "favorendo le iniziative e la collaborazione tra i privati e gli operatori sociali". Come ha fatto il Comune di Bologna, il primo in Italia ad aver approvato un regolamento per la città condivisa. Un canale attraverso cui le iniziative dei cittadini, come per esempio le Social street nate su Facebook, possono dialogare con l'amministrazione.
"La novità è che non vengono riconosciute solo le associazioni, ma anche i gruppi informali", spiega Ivana Pais, sociologa all'Università Cattolica. Ispirandosi a quel modello, nel documento di ShareExpo gli operatori dell'economia collaborativa suggeriscono alla Pa una serie di azioni di supporto: mappare i servizi, avviare tavoli di confronto fra le categorie, agevolare l'accesso al credito. E promuovere i valori della condivisione tra i cittadini e nelle scuole. Prima di tutto, però, le regole.
Nella partita tra tradizione e innovazione, finora, sono mancati gli arbitri. Su Uber il Comune di Milano si è definito impotente. La palla è passata al ministro dei Trasporti Lupi che ha definito UberPop, il nuovo servizio che permette anche ai privati di offrire una corsa in auto, illegale. Salvo essere smentito dal premier Renzi, che ha promesso di gestire in prima persona il dossier. Non è un problema solo tricolore. Un mese fa UberPop è stata bandita da Bruxelles. In molte città, da New York a Berlino, affitti a breve termine come quelli su Airbnb sono vietati o limitati. Ma in Italia la sharing economy cresce veloce: circa 140 piattaforme, più di una trentina i siti di crowdfunding: "Il 15% degli italiani li ha già sperimentati", spiega Federico Capeci, direttore di Duepuntozero Doxa, che di recente ha svolto un sondaggio sul tema. Le ragioni principali sono economiche: condividere la macchina, affittare una stanza vuota in casa o un trapano che prende polvere in cantina consente di mettere da parte qualche euro utile. "Siamo in quel momento decisivo di penetrazione di una nuova tecnologia in cui si determina se diventerà maggioritaria o resterà di nicchia", continua Capeci. E a trattenere chi conosce la condivisione, ma ancora non la pratica, è proprio la mancanza di fiducia.
Norme certe, dunque, aiuterebbero anche la crescita delle piattaforme. "Bisogna fare uscire le pratiche collaborative dalle zone grigie - si legge nel documento di ShareExpo - trovando soluzioni per ammortizzare l'impatto su quelle categorie che da queste innovazioni possono perdere benefici, ad esempio i tassisti". Altro suggerimento: "Separare, dal punto di vista fiscale, la posizione di chi usufruisce di questi servizi in maniera temporanea e di chi, invece, li utilizza come nuovo lavoro". Perché c'è chi usa Airbnb per arrotondare, ma anche sempre più affittacamere di professione che se ne servono in modo regolare. E così sulle altre piattaforme dove si offrono prestazioni o oggetti in cambio di denaro. Finora i siti se ne sono lavati le mani, sottolineando di essere solo dei mediatori: più di invitare gli utenti a rispettare le norme non possono (o vogliono) fare. Di certo, non fornire alle autorità dati sensibili. Airbnb però ha detto anche di essere disponibile a dare maggiore visibilità alle norme locali sugli affitti.
Reale volontà di collaborare o semplice strategia? Qualche sospetto viene, considerato che proprio nei giorni in cui litiga con i tassisti di mezza Europa Uber ha visto la propria valutazione schizzare oltre i 12 miliardi di dollari. Muoversi in un contesto non regolato garantisce a chi usa le piattaforme di condivisione un vantaggio competitivo rispetto agli operatori tradizionali. E da buone multinazionali della tecnologia queste startup non esitano a usare i mille e uno modi disponibili per pagare le tasse dove sono meno salate. La prospettiva di essere bandite però, o magari di finire fuori mercato a causa di norme troppo stringenti, le ha in queste ultime settimane spinte a un dialogo più stretto con chi quelle leggi le scrive.
"Se non vogliono essere un ostacolo all'innovazione anche l'atteggiamento delle amministrazioni deve cambiare", commenta Gianni Dominici, direttore generale del Forum Pa (27-29 maggio a Roma), sorta di stati generali della pubblica amministrazione, che nell'ultima giornata ospiteranno una sessione dedicata all'economia collaborativa. Lo Stato che gestisce, spiega Dominici, deve diventare uno Stato che abilita, "favorendo le iniziative e la collaborazione tra i privati e gli operatori sociali". Come ha fatto il Comune di Bologna, il primo in Italia ad aver approvato un regolamento per la città condivisa. Un canale attraverso cui le iniziative dei cittadini, come per esempio le Social street nate su Facebook, possono dialogare con l'amministrazione.
"La novità è che non vengono riconosciute solo le associazioni, ma anche i gruppi informali", spiega Ivana Pais, sociologa all'Università Cattolica. Ispirandosi a quel modello, nel documento di ShareExpo gli operatori dell'economia collaborativa suggeriscono alla Pa una serie di azioni di supporto: mappare i servizi, avviare tavoli di confronto fra le categorie, agevolare l'accesso al credito. E promuovere i valori della condivisione tra i cittadini e nelle scuole. Prima di tutto, però, le regole.