PLUG: la scheda hardware viene collegata alla macchinetta dell'espresso. Tag: si dà all'utensile un'etichetta, un'identità digitale. Share: si condivide con la comunità, in modo che chiunque possa sviluppare applicazioni che lo comandino. Poche ore di lavoro, qualche riga di codice, ed eccolo intelligente. Basta ruotare lo smartphone perché quello inizi a preparare il caffè, vedere il video per credere. La stessa facilità il 38enne Stefano Marzani, dottore in ingegneria dell'innovazione e "orgogliosamente nerd", ora la promette a tutti gli sviluppatori e ai maker, gli inventori 2.0. Qualsiasi oggetto vogliano rendere connesso e controllabile via app. Dai tostapane ai termostati, dai frigoriferi alle automobili: "Con la nostra tecnologia diamo la possibilità di trasformare in poco tempo le idee in prodotti", spiega via Skype il fondatore di DQuid, startup nata in Emilia due anni fa e ora sbarcata in Silicon Valley, alla ricerca di partner e investitori.
La sua scheda, DQuid IO, è in vendita da qualche mese, prezzo base 48 euro. Un dispositivo hardware dotato di diversi strumenti di comunicazione, dal Bluetooth al Gprs, dal Wifi all'Nfc, il wireless di corto raggio. Collegata a un utensile, gli permette di parlare. Ma la vera novità, spiega Marzani, è nella lingua che usa, unica per diversi oggetti: "Vengono tutti taggati: <tostapane.*>, <autobomile.*>, <fermata.autobus.*>". E, attraverso le librerie di programmazione di DQuid, gli sviluppatori possono utilizzare queste etichette per far interagire le macchine con uno smartphone o tra loro, il vero problema quando si tratta di creare un ecosistema di oggetti connessi.
[[ge:rep-locali:repubblica:94415503]]
Una parente di Arduino, la scheda open source progettata dall'italiano Massimo Banzi è diventata strumento cardine del movimento dei maker. Marzani però fa dei distinguo: "A differenza di Arduino, che è completamente aperta, noi siamo open platform: distribuiamo gratuitamente le librerie di programmazione ma non tutto il codice sorgente". Perché un informatico dovrebbe scegliere DQuid allora? "Perché è compatibile con una produzione di livello industriale, sia nella parte hardware che in quella software".
La startup lo ha dimostrato rendendo intelligente l'ultimo modello di Vespa. Grazie a un accordo con Piaggio, la due ruote è ora in grado di trasmettere una serie di dati di viaggio e di funzionamento allo smartphone di chi la guida, vero e proprio computer di bordo. E lo stesso DQuid ha fatto per il mondo delle quattro ruote, integrando tra i primi al mondo la tecnologia CarPlay di Apple, che connette smartphone e veicoli, sulle automobili di uno storico marchio italiano. Da qualche mese l'azienda, nata da una costola della società di consulenza ingegneristica RE: Lab, che è stata anche il suo primo finanziatore, si è spostata in California. Facendo base all'interno dell'acceleratore Plug and Play, uno dei principali della Valley, Marzani cerca altre società interessate a inserire nei loro oggetti la tecnologia DQuid. Ma lavora anche per allargare la comunità di maker e sviluppatori che la utilizzano: "Vendere la scheda ci serve a questo, a convincere più persone a usare il nostro linguaggio".
Non solo prototipi quindi, come sono spesso quelli dei maker, ma veri prodotti per il mercato dell'Internet of things. Un settore che entro il 2020, stima la società di consulenza PricewaterhouseCoopers, varrà diverse migliaia di miliardi di dollari. Google ha sborsato la bellezza di 3 miliardi e 200 milioni di dollari per acquisire Nest, la startup dei termostati intelligenti parte di un'alleanza, Thread, che lavora a un nuovo protocollo capace di connettere tra loro tutti gli utensili della casa. "Per non parlare del settore dell'energia o di quello delle automobili", aggiunge Marzani. I principali concorrenti di DQuid sono proprio le case produttrici, molte delle quali stanno creando delle applicazioni proprietarie per far dialogare con gli smartphone le proprie vetture. Come MyLink di General Motors o Sync di Ford: "Ma questi progetti hanno avuto uno sviluppo lento e molto costoso. Capiranno che è meglio affidarsi all'esterno", scommette Marzani. A una comunità di sviluppatori. E a una tecnologia già collaudata, italiana: "Siamo negli Stati Uniti per ragioni commerciali, ma non spostiamo ricerca e sviluppo", conclude, "quando devi fare bulloni e meccanismi conviene stare in Emilia Romagna".
La sua scheda, DQuid IO, è in vendita da qualche mese, prezzo base 48 euro. Un dispositivo hardware dotato di diversi strumenti di comunicazione, dal Bluetooth al Gprs, dal Wifi all'Nfc, il wireless di corto raggio. Collegata a un utensile, gli permette di parlare. Ma la vera novità, spiega Marzani, è nella lingua che usa, unica per diversi oggetti: "Vengono tutti taggati: <tostapane.*>, <autobomile.*>, <fermata.autobus.*>". E, attraverso le librerie di programmazione di DQuid, gli sviluppatori possono utilizzare queste etichette per far interagire le macchine con uno smartphone o tra loro, il vero problema quando si tratta di creare un ecosistema di oggetti connessi.
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Una parente di Arduino, la scheda open source progettata dall'italiano Massimo Banzi è diventata strumento cardine del movimento dei maker. Marzani però fa dei distinguo: "A differenza di Arduino, che è completamente aperta, noi siamo open platform: distribuiamo gratuitamente le librerie di programmazione ma non tutto il codice sorgente". Perché un informatico dovrebbe scegliere DQuid allora? "Perché è compatibile con una produzione di livello industriale, sia nella parte hardware che in quella software".
La startup lo ha dimostrato rendendo intelligente l'ultimo modello di Vespa. Grazie a un accordo con Piaggio, la due ruote è ora in grado di trasmettere una serie di dati di viaggio e di funzionamento allo smartphone di chi la guida, vero e proprio computer di bordo. E lo stesso DQuid ha fatto per il mondo delle quattro ruote, integrando tra i primi al mondo la tecnologia CarPlay di Apple, che connette smartphone e veicoli, sulle automobili di uno storico marchio italiano. Da qualche mese l'azienda, nata da una costola della società di consulenza ingegneristica RE: Lab, che è stata anche il suo primo finanziatore, si è spostata in California. Facendo base all'interno dell'acceleratore Plug and Play, uno dei principali della Valley, Marzani cerca altre società interessate a inserire nei loro oggetti la tecnologia DQuid. Ma lavora anche per allargare la comunità di maker e sviluppatori che la utilizzano: "Vendere la scheda ci serve a questo, a convincere più persone a usare il nostro linguaggio".
Non solo prototipi quindi, come sono spesso quelli dei maker, ma veri prodotti per il mercato dell'Internet of things. Un settore che entro il 2020, stima la società di consulenza PricewaterhouseCoopers, varrà diverse migliaia di miliardi di dollari. Google ha sborsato la bellezza di 3 miliardi e 200 milioni di dollari per acquisire Nest, la startup dei termostati intelligenti parte di un'alleanza, Thread, che lavora a un nuovo protocollo capace di connettere tra loro tutti gli utensili della casa. "Per non parlare del settore dell'energia o di quello delle automobili", aggiunge Marzani. I principali concorrenti di DQuid sono proprio le case produttrici, molte delle quali stanno creando delle applicazioni proprietarie per far dialogare con gli smartphone le proprie vetture. Come MyLink di General Motors o Sync di Ford: "Ma questi progetti hanno avuto uno sviluppo lento e molto costoso. Capiranno che è meglio affidarsi all'esterno", scommette Marzani. A una comunità di sviluppatori. E a una tecnologia già collaudata, italiana: "Siamo negli Stati Uniti per ragioni commerciali, ma non spostiamo ricerca e sviluppo", conclude, "quando devi fare bulloni e meccanismi conviene stare in Emilia Romagna".