Non si tratta di essere cinici, spietati, senza cuore: perché chi ha il coraggio di dimettersi merita sempre il rispetto massimo. Ma il fallimento Mondiale, racchiuso nelle dimissioni irrevocabili di Giancarlo Abete, una persona perbene, rappresenta almeno un punto di confine, perché finalmente c'è il desiderio - fortissimo - di guardare al calcio italiano senza indulgenze, senza uno sterile rimpallo di responsabilità. Ed è sincero, Abete, quando dice che lui - comunque - dopo il Mondiale avrebbe staccato la spina. C'è da credergli, perché nessuno, più di lui, guardando il movimento da dentro, poteva avvertire la necessità, l'urgenza, di un cambiamento, di una successione. Lo stesso ha fatto Prandelli, accompagnando però le sue - di dimissioni - con una serie di generiche accuse a un sistema che lo ha criticato per il contratto e l'ingaggio. Sarà anche così, ci sarà stato anche qualcuno che lo avrà ferito, ma Prandelli non è sul banco degli imputati per il suo stipendio - che paghi le tasse, come ci ha assicurato, è un fatto che diamo per assodato - ma per le sue scelte tecniche.
Questo è un fallimento tecnico espresso dalle inquietudini, dalle incertezze, che hanno accompagnato le scelte del ct. Tre formazioni diverse, tre modi di stare in campo diversi, giocatori lanciati all'ultimo istante, nella speranza che rappresentassero l'imprevedibile. Ma il calcio italiano non è solo nella caduta di Prandelli e degli azzurri. E' in un movimento che non riesce ad esprimere club di alto profilo. La battistrada dal nostro calcio, la Juve, nettamente la nostra squadra migliore, finisce nello stesso modo in Champions League: fuori al primo turno. Figuriamoci gli altri. La crisi del calcio italiano è in un grigiore, una mediocrità, un'approssimazione che - e anche questo diciamo da tempo - ha contagiato un po' tutti. Chiamati, quasi costretti, a inventarsi - un nome su tutti, solo come un emblema di questo discorso - Balotelli tra i primi attaccanti del mondo. La nostra suggestione, la nostra cecità, il tentativo estremo di non volersi guardare allo specchio. Il calcio italiano è un parcheggio, breve, per giovani in cerca di affermazione. E' una sosta, lunga, per vecchi campioni a caccia dell'ultimo ingaggio.
Il calcio italiano è la somma di un movimento che - nel giorno del rincorrersi di drammatiche notizie e flebili speranze sulle condizioni di Ciro Esposito - è fuori controllo, e non solo per colpa delle istituzioni calcistiche. Incapace di indicare una rotta, di indicare una strada, di prendere le contromisure ad un tracollo di cultura sportiva. E troppo debole, ma questo è un altro discorso, è stato il contrappeso della federazione ad un gruppo di dirigenti che, infischiandosene della qualità del prodotto, si è azzuffata soltanto su piccoli e personali interessi. Un dirigente, forse uno dei più illuminati, mi diceva prima della partenza partenza per questo Mondiale che il calcio italiano continuava a preoccuparsi di tutto, o fingeva di preoccuparsi di tutto, senza pensare a quale spettacolo stesse offrendo alla gente, ai tifosi. Ecco forse è arrivato il momento di ricominciare a pensare ai tifosi. Quelli autentici. Quelli che amano il calcio e non riconoscono più il loro calcio. Nella faccia, stravolta, di Abete c'è - anche se può sembrare un paradosso - il coraggio di voler finalmente cambiare. In un Paese in cui non si dimette nessuno, è un segnale di grande onestà e un formidabile esempio. Forse stavolta si ricomincia davvero.
Questo è un fallimento tecnico espresso dalle inquietudini, dalle incertezze, che hanno accompagnato le scelte del ct. Tre formazioni diverse, tre modi di stare in campo diversi, giocatori lanciati all'ultimo istante, nella speranza che rappresentassero l'imprevedibile. Ma il calcio italiano non è solo nella caduta di Prandelli e degli azzurri. E' in un movimento che non riesce ad esprimere club di alto profilo. La battistrada dal nostro calcio, la Juve, nettamente la nostra squadra migliore, finisce nello stesso modo in Champions League: fuori al primo turno. Figuriamoci gli altri. La crisi del calcio italiano è in un grigiore, una mediocrità, un'approssimazione che - e anche questo diciamo da tempo - ha contagiato un po' tutti. Chiamati, quasi costretti, a inventarsi - un nome su tutti, solo come un emblema di questo discorso - Balotelli tra i primi attaccanti del mondo. La nostra suggestione, la nostra cecità, il tentativo estremo di non volersi guardare allo specchio. Il calcio italiano è un parcheggio, breve, per giovani in cerca di affermazione. E' una sosta, lunga, per vecchi campioni a caccia dell'ultimo ingaggio.
Il calcio italiano è la somma di un movimento che - nel giorno del rincorrersi di drammatiche notizie e flebili speranze sulle condizioni di Ciro Esposito - è fuori controllo, e non solo per colpa delle istituzioni calcistiche. Incapace di indicare una rotta, di indicare una strada, di prendere le contromisure ad un tracollo di cultura sportiva. E troppo debole, ma questo è un altro discorso, è stato il contrappeso della federazione ad un gruppo di dirigenti che, infischiandosene della qualità del prodotto, si è azzuffata soltanto su piccoli e personali interessi. Un dirigente, forse uno dei più illuminati, mi diceva prima della partenza partenza per questo Mondiale che il calcio italiano continuava a preoccuparsi di tutto, o fingeva di preoccuparsi di tutto, senza pensare a quale spettacolo stesse offrendo alla gente, ai tifosi. Ecco forse è arrivato il momento di ricominciare a pensare ai tifosi. Quelli autentici. Quelli che amano il calcio e non riconoscono più il loro calcio. Nella faccia, stravolta, di Abete c'è - anche se può sembrare un paradosso - il coraggio di voler finalmente cambiare. In un Paese in cui non si dimette nessuno, è un segnale di grande onestà e un formidabile esempio. Forse stavolta si ricomincia davvero.