Pare di stare a scuola, e non fosse tragico sarebbe da ridere: essendo il titolare assente, non pervenuto, forse svenuto, arriva il preside supplente a provare tenere a bada la scolaresca scatenata.
Il titolare, presidente della Federcalcio, è come si sa Giancarlo Abete, e la lezione saltata era quella che riguardava la Nazionale, cioè la materia teoricamente più importante di sua competenza. Il 7 settembre (pensateci un momento: settembre. Poi ci sono stati ottobre, novembre, dicembre, gennaio, febbraio e un pezzo di marzo) il ct Prandelli aveva chiesto i famosi stage: in pratica, avere per un paio di giorni a disposizione i giocatori che probabilmente porterà agli Europei, per una full immersion di schemi, tattiche, motivazioni. Ora, tutti sono d'accordo nel dire che non è certo con uno stage che si vince un Europeo. Ma lo schiaffo dei club di serie A, virilmente compatti nel loro no alla richiesta, è stato così sonoro da far intervenire di corsa il presidente del Coni, Gianni Petrucci. Il supplente appunto, dal momento che Abete aveva affrontato lo schiaffo attingendo al suo leggendario codice di comportamento di fronte alle emergenze: esprimendo cioè "rammarico e delusione", insomma quel linguaggio lì.
Ora, uno si chiede: ma in questi sei mesi, Abete ha parlato con i presidenti dei club? Ha provato, più o meno calorosamente, a convincerlui a mollare per 48 ore i loro tesserati in nome del bene calcistico comune? Ha esercitato la moral suasion che di ogni bravo presiente dovrebbe essere l'arma discreta e irresistibile? Insomma, cosa ha fatto il presidente della più importante (e più finanziata) federazione sportiva italiana nei 180 (centottanta) giorni trascorsi dalla richiesta del suo sconfortato ct?
La discesa in campo del supplente - che essendo il presidente del Coni, di Abete è anche un po' il preside - è già una risposta. Petrucci ha dovuto alzare il telefono, chiamare i presidenti dei club (almeno quelli più importanti), mettere in moto una trattativa, cercare una data di compromesso, invitare alla ragionevolezza. Ha fatto bene, e speriamo anche che la scolaresca gli dia retta e molli i giocatori, almeno per un paio di notti. Abete potrà così tirare un sospiro di sollievo, esprimere "vivo compiacimento per il senso di responsabilità", ringraziare Petrucci "per la sensibilità". Poi tornerà alle sue consuete e misteriose attività, aspettando la prossima burrasca: il barometro (e il capo della polizia) la prevedono in arrivo molto presto.
Il titolare, presidente della Federcalcio, è come si sa Giancarlo Abete, e la lezione saltata era quella che riguardava la Nazionale, cioè la materia teoricamente più importante di sua competenza. Il 7 settembre (pensateci un momento: settembre. Poi ci sono stati ottobre, novembre, dicembre, gennaio, febbraio e un pezzo di marzo) il ct Prandelli aveva chiesto i famosi stage: in pratica, avere per un paio di giorni a disposizione i giocatori che probabilmente porterà agli Europei, per una full immersion di schemi, tattiche, motivazioni. Ora, tutti sono d'accordo nel dire che non è certo con uno stage che si vince un Europeo. Ma lo schiaffo dei club di serie A, virilmente compatti nel loro no alla richiesta, è stato così sonoro da far intervenire di corsa il presidente del Coni, Gianni Petrucci. Il supplente appunto, dal momento che Abete aveva affrontato lo schiaffo attingendo al suo leggendario codice di comportamento di fronte alle emergenze: esprimendo cioè "rammarico e delusione", insomma quel linguaggio lì.
Ora, uno si chiede: ma in questi sei mesi, Abete ha parlato con i presidenti dei club? Ha provato, più o meno calorosamente, a convincerlui a mollare per 48 ore i loro tesserati in nome del bene calcistico comune? Ha esercitato la moral suasion che di ogni bravo presiente dovrebbe essere l'arma discreta e irresistibile? Insomma, cosa ha fatto il presidente della più importante (e più finanziata) federazione sportiva italiana nei 180 (centottanta) giorni trascorsi dalla richiesta del suo sconfortato ct?
La discesa in campo del supplente - che essendo il presidente del Coni, di Abete è anche un po' il preside - è già una risposta. Petrucci ha dovuto alzare il telefono, chiamare i presidenti dei club (almeno quelli più importanti), mettere in moto una trattativa, cercare una data di compromesso, invitare alla ragionevolezza. Ha fatto bene, e speriamo anche che la scolaresca gli dia retta e molli i giocatori, almeno per un paio di notti. Abete potrà così tirare un sospiro di sollievo, esprimere "vivo compiacimento per il senso di responsabilità", ringraziare Petrucci "per la sensibilità". Poi tornerà alle sue consuete e misteriose attività, aspettando la prossima burrasca: il barometro (e il capo della polizia) la prevedono in arrivo molto presto.