Tempo scaduto

Abete, Beretta e Preziosi
troppo tardi per protestare

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Ci ha pensato bene, lo sport italiano, alle cose da dire su quanto accaduto a Genova. Il presidente del Coni Gianni Petrucci, che dello sport è il capo supremo, ha voluto parlare per ultimo, a tarda serata, mettendo a fuoco  lo slogan a effetto da usare: "Vergogna, vergogna, vergogna", come se quel triplicare il concetto, divenuto ormai figura retorica italiana buona per ogni stagione, bastasse per chiarire l'enormità dell'accaduto. Giancarlo Abete, invece, capo solo del calcio, ha visto in tv lo scempio dei giocatori passare sotto le forche caudine, piangere, cedere, umiliarsi, ha preparato il suo comunicato di dura condanna (si dice così) e ha fatto sapere che avrebbe aspettato la fine della partita per divulgarlo. Parole di fuoco: mai più quella gente in uno stadio. Di Maurizio Beretta, capo  della Lega calcio, proprietaria dello spettacolo andato in scena ieri a Marassi, si sono invece perse le tracce fino a quando, rintracciato da un'agenzia di stampa, ha chiarito il suo pensiero: episodio grave e triste, ha detto, ma il calcio italiano è forte e si rialzerà. Evviva.

Hanno naturalmente ragione tutti e tre: una vergogna pazzesca, quegli avanzi da galera vanno fatti sparire dagli stadi, serve un rinascimento del pallone. Resta da capire dove fossero, tutti, mentre il presidente di un club professionistico affiliato alla Lega di cui Beretta è presidente, decideva di accettare il rito della svestizione, mandando al macero definitivamente l'immagine di uno sport ridotto a contenitore del peggio. Resta da capire perché nessuno, non solo le forze dell'ordine, pure pagate per far rispettare una legalità ieri calpestata  -  come si comporterebbero se un qualsiasi lavoratore fosse costretto, mentre lavora, a spogliarsi in un luogo pubblico da una trentina di persone poco più che vocianti?  -  ma soprattutto nessuno del calcio, dirigenti, presidenti, giocatori, arbitri, abbia saputo dire la più semplice delle cose: no. Così no. Così mai. Nessuno, durante quegli interminabili 40 minuti di incredibili trattative in diretta, ha pensato che stava morendo la dignità. Tutti a guardare Sculli (Sculli, sì, proprio lui) discutere con la banda ultrà, di fatto legittimandola, addirittura parlare all'orecchio con il capo: magari risolve lui, avranno pensato. Sculli.

Ora lo dicono tutti: così mai più. Ma, ancora una volta,  è troppo tardi. E' tardi per chi ha guidato il calcio italiano nella in questa stagione di disastri, dal vertice di una federazione troppo spesso assente, passiva, in balia dell'anarchia imposta dai club professionistici e incapace di proporrre in tanti anni lo straccio di un programma di rinnovamento, di cambiamento, crivellato dagli scandali, dalle liti, dai fallimenti sportivi. E' tardi per chi continua ostinatamente a scaldare una poltrona, quella della Lega, pagato uno sproposito per non esserci mai, né quando si ferma tutto come per Morosini, né quando tutto continua come a Marassi. Lui non c'è, non telefona, non decide, non sa. E' tardi per chi aveva raccontato che la tessera del tifoso avrebbe cambiato tutto, cacciato i mostri e fatto entrare gli angeli negli stadi. I mostri invece non solo ci sono ancora, schedati, pochi, arrabbiati, ma sono ormai gli unici clienti di luoghi spettrali dove le famiglie non si azzardano a mettere piede: anche perché, come accaduto ieri, non ci sono tornelli e tessere in grado evidentemente di evitare che i mostri passino da un settore all'altro, picchino gli steward, dettino le loro condizioni. E' tardi per i presidenti, come Preziosi, che quella gente hanno coltivato per anni, e che più in generale non hanno alcuna idea di cosa sia lo sport, ma proprio nessuna: sanno come si fanno affari col mercato dei giocatori, come si spremono soldi dalle tv, come si licenziano gli allenatori  -  e infatti, per dire, Preziosi subito dopo l'osceno show (la sera stessa, capite?) ne ha licenziato un altro - come si triplica il prezzo dei biglietti per una finale o una partita importante. E sanno anche che gli ultrà sono clienti, per loro, anche se sommergono di cori razzisti quelli di colore, anche se alla vigilia del 25 aprile fanno cori antisemiti, anche se capita che aspettino i giocatori fuori dallo stadio per pretendere "un confronto". Loro, i presidenti, sono sempre stati zitti. Sempre. Per anni, e ancora oggi, il calcio ha chiuso gli occhi prima e gridato alla vergogna dopo. In mezzo, un romanzo degli orrori che adesso si è arricchito dell'ultimo capitolo: quello della resa. Per sperare in un lieto fine, bisognerebbe cambiare paese, lingua, facce. Noi ci terremo le nostre. Domani si gioca.