Tempo scaduto

Perché il ciclismo piace
anche pieno di dopati

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La storia di Santambrogio non fa neppure più tristezza, né rabbia, anche se è parecchio folto il coro dei cantori del ciclismo bello e sano rovinato da pochi sconsiderati che ancora non hanno capito. Ecco, no: hanno capito tutti, invece. Che quando si guarda una corsa in tv, o quando ci si accampa sui tornanti di un colle dolomitico, o quando si affolla il rettilineo di un lungomare, insomma, quando la passione per uno sport magnifico si impadronisce di chi lo ama, bisogna comunque ricordarsi della clausola: salvo controllo antidoping. Sanno tutti, sappiamo tutti, e da tanti tanti anni ormai, che gli ordini d’arrivo sono provvisori. Sappiamo tutti che l’emozione, la commozione, la compassione, l’esaltazione e tutti gli altri sentimenti che il ciclismo sa ancora suscitare, possono durare e valere per il tempo breve di una diretta, per l’attimo fuggente del passaggio del gruppo, per i venti metri di primo piano di uno scalatore in fuga sotto la pioggia, la neve, il sole cocente. Valgono ancora, valgono tanto, quei sentimenti, e sono più forti del disincanto - o della tristezza e della rabbia - se il ciclismo è stato capace di resistere a una roba come Armstrong (ma mica solo lui). D’altra parte, l’atletica sopravvisse bene alla notte di Ben Johnson a Seul, 25 anni fa, e dunque si sa come sono fatti gli appassionati di sport: si appassionano, appunto, e vogliono continuare a farlo.

Quindi no, ancora: non si tratta di contabilizzare il numero di mele marce, e comunque due della stessa squadra e nello stesso Giro sarebbero già troppi, già sufficienti per staccare la spina e programmare week end altrove, lontano dalle corse, con mille scuse alle mele sane che di certo ci sono, eccome. Si tratta invece di convivere con il dubbio, reprimendolo quanto basta, facendone chiacchiere da bar: "Quello si droga di sicuro, impossibile andare così a cronometro; quello l’anno scorso vinceva tutto e quest’anno niente, ma che si prendeva? Quello va forte da febbraio, è impossibile senza l’aiutone". Cose così, applicate un po’ a tutti, esorcizzando la sensazione di essere perennemente presi per il culo. Insomma, se proprio non ci si può liberare dal doping, almeno ci si libera dai sensi di colpa. Perché il brutto non è tanto che Santambrogio si sia dopato, il brutto è che aveva vinto la tappa più bella del Giro. E noi ci avevamo pure creduto. Almeno per un po’.