Tempo scaduto

Caso Schwazer, i veri colpevoli

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Comunque finirà la sconcertante vicenda Schwazer - con gli indagati prosciolti o processati, con la versione dell'atleta confermata o sbugiardata: vedremo - c'è già chi ha perso, e perso tanto. Sono le istituzioni dello sport italiano, che escono con le ossa rotte dall'ennesimo scandalo cui hanno assistito impotenti - e vedremo, di nuovo, quanto colpevolmente - incapaci di prevenire prima e punire poi, come sempre, sempre, sempre accade in Italia quando lo sport si mescola col fango. Lo abbiamo visto col calcio, mille volte. Lo abbiamo visto col ciclismo, mille volte ancora. Adesso tocca non solo all'atletica, finita in un tritacarne da cui sta uscendo a pezzi la vecchia gestione Fidal, ma anche al governo stesso dello sport, il Coni. A Londra lo guidava Gianni Petrucci, ora approdato al basket (e al municipio della ridente San Felice Circeo, di cui è sindaco) e fu lui, appena appresa la notizia della positività di Schwazer, ad autoelogiare la tempestività con cui il Coni aveva sospeso l'atleta, a espimere condanna, a promettere tolleranza zero, trasparenza totale, lotta dura e senza paura.

In realtà il Coni era già colpevole prima che lo scandalo esplodesse: nella migliore delle ipotesi, aveva lasciato che il suo atleta di punta, un campione olimpico, una bandiera, sparisse dai radar dei controlli, incontrasse medici stregoni, andasse in giro per l'Europa a comprarsi l'epo come un tossicodipendente. Nella peggiore delle ipotesi, invece, che è quella su cui indagano ora i magistrati, il Coni aveva lasciato che qualcuno aiutasse Schwazer a doparsi, voltandosi dall'altra parte per non sapere, sentire, vedere, parlare. Omesso controllo sia nel primo che nel secondo caso, aggravato però dal dolo.

Ma certamente inspiegabile, e dunque ingiustificabile, è quanto fatto dal Coni dopo Londra: quella tolleranza zero sbandierata sotto i riflettori dei Giochi si è dissolta in un'inchiesta che ha avuto solo l'atleta come obiettivo, il più ovvio e scontato. Nessun provvedimento per la Fidal, le cui inadempienze erano evidenti da subito; nessuna indagine interna sui suoi dirigenti, medici e tecnici; nessuna censura al presidente Arese - certamente brava e rispettabile persona, ma terribilmente distratto in tutta la faccenda - in nome forse di amicizie personali e di una campagna elettorale per la presidenza del Coni che era già cominciata. Niente di niente, solo il rito del processo all'atleta, duramente e giustamente punito: d'altra parte, era pure reo confesso. Colpa sua, stop. L'eterna legge italiana: quando si vince il merito è dei dirigenti, quando il campione perde, bara, sbrocca, beh, peggio per lui e che dio lo fulmini, noi non c'entriamo.

Ora che come al solito ciò che lo sport non ha fatto lo fanno i magistrati, si capisce che forse no, la colpa non era solo di Schwazer. Si conferma che chi governava lo sport italiano ha peccato: forse di incapacità, forse di ingenuità, certo. Ma forse c'è stato anche di peggio. Non sappiamo se i magistrati, i Nas, i Ros, insomma lo Stato che sempre più spesso mette il naso nello sport e annusa cattivi odori, riuscirà a trovare una verità certa su quanto accaduto intorno a Schwazer, ben prima dell'estate scorsa, ben prima di Pechino 2008. Speriamo naturalmente che una verità arrivi e che quel peggio non ci sia stato, sia solo un brutto pensiero smentito dai fatti. Speriamo. Ma ora che al Coni e alla Fidal ci sono nuovi presidenti e nuovi dirigenti, sarebbe il caso di evitare di dare l'impressione che la lotta al doping (e alle scommesse, alle frodi sportive, agli impicci e agli imbrogli) sia una questione da affrontare risparmiando soldi e distribuendo incarichi ad amici. E' tempo di fare. E non si può più sbagliare.