Adesso che la Uefa ha imposto davvero la tolleranza zero, e che la demenza pericolosa di dieci-venti persone può far chiudere un pezzo di San Siro o dell'Olimpico o di entrambi i principali stadi italiani, bisogna porre semplici domande ha chi ha lasciato alla repressione (peraltro d'importazione) l'unica soluzione ai mali del nostro calcio.
La prima, più spontanea: davvero la legge Maroni contro la violenza negli stadi ha stroncato il fenomeno, come recitano pomposamente gli annuali bollettini sulla diminuzione di scontri e feriti? Non è forse violenza, solo per citare gli ultimi episodi, quella di inneggiare a Giusva Fioravanti (ultrà veronesi a Roma), pochi giorni dopo l'anniversario della strage di Bologna per cui è stato condannato in via definitiva? Non è violenza quella che sempre a San Siro, ha visto venti persone massacrare in curva un tifoso juventino (e avvilenti sono le giusitificazioni del tipo: aveva cominciato lui a provocare)? Non è violenza quella delle scritte minacciose sotto casa dei giocatori colpevoli di non piacere agli ultrà? O quella di chi insulta un presidente (che gira sempre con la scorta) perché non ha comprato un centravanti? O quella di chi aspetta i pullman degli avversari con i mattoni in mano e la bava alla bocca?
Gli stadi italiani sono, con qualche ammirevole eccezione, un territorio franco e spopolato dalla gente per bene, che resta chiusa in casa davanti alla tv, dove si rischia meno e si vede meglio. Reprimere, chiudere, sbandierare il pugno di ferro va benissimo, soprattutto adesso che Platini ce l'ha imposto. Bravi, non conta siano solo venti, non deve restarne neppure uno. Ma non aver fatto nulla per evitarlo, perseverando con l'inerzia e un'impotenza dolosa, va molto meno bene. Con la tessera del tifoso e i biglietti nominativi andare alla partita, per chi non appartiene alla categoria degli urlatori, dei picchiatori, dei minacciatori o dei signoroni da tribuna autorità, è diventata una missione da eroi: infatti nessuno la affronta.
Nel decreto Maroni è previsto che le società di calcio contribuiscano alla sicurezza con gli steward, categoria che vediamo ogni sabato impegnata a emendare gli stadi inglesi da ogni possibile turbolenza. Da noi non si vedono mai. Ci dicono siano tanti, anche se malpagati. Ma di certo non ce ne'era l'ombra a San Siro, quando quei venti scavalcavano le barriere per pestare lo juventino; di certo non tocca a loro ascoltare i cori per gli ergastolani o quelli contro i neri. Di certo le curve italiane chiuse fanno solo una gran tristezza: quattro giornate, tre curve chiuse. Bella media. Da campioni del mondo.
La prima, più spontanea: davvero la legge Maroni contro la violenza negli stadi ha stroncato il fenomeno, come recitano pomposamente gli annuali bollettini sulla diminuzione di scontri e feriti? Non è forse violenza, solo per citare gli ultimi episodi, quella di inneggiare a Giusva Fioravanti (ultrà veronesi a Roma), pochi giorni dopo l'anniversario della strage di Bologna per cui è stato condannato in via definitiva? Non è violenza quella che sempre a San Siro, ha visto venti persone massacrare in curva un tifoso juventino (e avvilenti sono le giusitificazioni del tipo: aveva cominciato lui a provocare)? Non è violenza quella delle scritte minacciose sotto casa dei giocatori colpevoli di non piacere agli ultrà? O quella di chi insulta un presidente (che gira sempre con la scorta) perché non ha comprato un centravanti? O quella di chi aspetta i pullman degli avversari con i mattoni in mano e la bava alla bocca?
Gli stadi italiani sono, con qualche ammirevole eccezione, un territorio franco e spopolato dalla gente per bene, che resta chiusa in casa davanti alla tv, dove si rischia meno e si vede meglio. Reprimere, chiudere, sbandierare il pugno di ferro va benissimo, soprattutto adesso che Platini ce l'ha imposto. Bravi, non conta siano solo venti, non deve restarne neppure uno. Ma non aver fatto nulla per evitarlo, perseverando con l'inerzia e un'impotenza dolosa, va molto meno bene. Con la tessera del tifoso e i biglietti nominativi andare alla partita, per chi non appartiene alla categoria degli urlatori, dei picchiatori, dei minacciatori o dei signoroni da tribuna autorità, è diventata una missione da eroi: infatti nessuno la affronta.
Nel decreto Maroni è previsto che le società di calcio contribuiscano alla sicurezza con gli steward, categoria che vediamo ogni sabato impegnata a emendare gli stadi inglesi da ogni possibile turbolenza. Da noi non si vedono mai. Ci dicono siano tanti, anche se malpagati. Ma di certo non ce ne'era l'ombra a San Siro, quando quei venti scavalcavano le barriere per pestare lo juventino; di certo non tocca a loro ascoltare i cori per gli ergastolani o quelli contro i neri. Di certo le curve italiane chiuse fanno solo una gran tristezza: quattro giornate, tre curve chiuse. Bella media. Da campioni del mondo.