Lo disse Capello, per primo, tanti anni fa: "In Italia comandano gli ultrà". Lui se n'era andato altrove, potendoselo permettere. E visto che era Capello, la critica lo trattò con cortesia, bollando il suo come uno sfogo o al più una provocazione estrema. Ora ci si può dividere solo tra quelli che considerano quell'uscita una preveggenza e quelli che la giudicano invece una lucida e inascoltata denuncia. Di certo oggi quella frase è la didascalia di un mondo, e si può sperare soltanto che non ne diventi l'epigrafe funeraria.
Lasciando il Brescia, Marco Giampaolo ha mostrato molto più coraggio che smarrimento - che i suoi datori di lavoro hanno provato a spacciare per confusione mentale - usando più o meno le stesse parole: qui comandano gli ultrà. Lo ha fatto nella settimana in cui per la quarta volta è stato deciso di chiudere una curva per razzismo - o discriminazione territoriale: c'è differenza? - e in molte stanze cominciano a prendere tono i sussurri che vogliono i cori razzisti un'arma potente in mano agli ultrà. Non mi dai il potere che rivendico? Io faccio buu e ti faccio chiudere la curva, e poi lo stadio intero, così vediamo appunto chi comanda.
Ma qui siamo solo nel campo dei sospetti, delle dietrologie, delle ipotesi di scuola. È un fatto, invece, che Osvaldo sia andato via dall'Italia dopo essere stato martellato di insulti, minacce, scritte con la vernice sotto casa; è un fatto che proprio il vice di Giampaolo a Brescia, Fabio Gallo, sia stato costretto a rinunciare al suo incarico perché considerato indegno dagli ultrà bresciani (era stato all'Atalanta); è un fatto che, maglie fatte sfilare ai genoani a parte, si moltiplicano in tutti i campionati i "confronti" chiesti (e ottenuti, spesso con il via libera della Digos, come nel caso di Giampaolo) dagli ultrà dopo una sconfitta giudicata disonorevole; è un fatto che gli ultrà di una squadra come la Lazio possano decidere di lasciare vuota la curva - tutta la curva, anche i posti in cui forse qualche non ultrà che ha pagato l'abbonamento vorrebbe sedersi - per protesta contro il presidente che non compra il centravanti; è un fatto che perfino nel miglior stadio italiano - e di gran lunga - la società più moderna e vincente, la Juventus, non riesca ad estirpare la minoranza rumorosa che ha fatto scattare decine e decine di multe negli anni scorsi, multe che quest'anno diventerebbero squalifiche.
E' un fatto, infine, che pochissimi dirigenti e allenatori abbiano avuto il coraggio di denunciare gli abusi degli ultrà delle loro squadre. Ora lo ha fatto Giampaolo, che non è Capello. Lui non è andato via dall'Italia, ma solo da un posto dove il calcio era secondo lui "selvaggio", malato. La prima medicina è il coraggio di dire no. Avanti, chi lo usa la prossima volta?
Lasciando il Brescia, Marco Giampaolo ha mostrato molto più coraggio che smarrimento - che i suoi datori di lavoro hanno provato a spacciare per confusione mentale - usando più o meno le stesse parole: qui comandano gli ultrà. Lo ha fatto nella settimana in cui per la quarta volta è stato deciso di chiudere una curva per razzismo - o discriminazione territoriale: c'è differenza? - e in molte stanze cominciano a prendere tono i sussurri che vogliono i cori razzisti un'arma potente in mano agli ultrà. Non mi dai il potere che rivendico? Io faccio buu e ti faccio chiudere la curva, e poi lo stadio intero, così vediamo appunto chi comanda.
Ma qui siamo solo nel campo dei sospetti, delle dietrologie, delle ipotesi di scuola. È un fatto, invece, che Osvaldo sia andato via dall'Italia dopo essere stato martellato di insulti, minacce, scritte con la vernice sotto casa; è un fatto che proprio il vice di Giampaolo a Brescia, Fabio Gallo, sia stato costretto a rinunciare al suo incarico perché considerato indegno dagli ultrà bresciani (era stato all'Atalanta); è un fatto che, maglie fatte sfilare ai genoani a parte, si moltiplicano in tutti i campionati i "confronti" chiesti (e ottenuti, spesso con il via libera della Digos, come nel caso di Giampaolo) dagli ultrà dopo una sconfitta giudicata disonorevole; è un fatto che gli ultrà di una squadra come la Lazio possano decidere di lasciare vuota la curva - tutta la curva, anche i posti in cui forse qualche non ultrà che ha pagato l'abbonamento vorrebbe sedersi - per protesta contro il presidente che non compra il centravanti; è un fatto che perfino nel miglior stadio italiano - e di gran lunga - la società più moderna e vincente, la Juventus, non riesca ad estirpare la minoranza rumorosa che ha fatto scattare decine e decine di multe negli anni scorsi, multe che quest'anno diventerebbero squalifiche.
E' un fatto, infine, che pochissimi dirigenti e allenatori abbiano avuto il coraggio di denunciare gli abusi degli ultrà delle loro squadre. Ora lo ha fatto Giampaolo, che non è Capello. Lui non è andato via dall'Italia, ma solo da un posto dove il calcio era secondo lui "selvaggio", malato. La prima medicina è il coraggio di dire no. Avanti, chi lo usa la prossima volta?