L'arte del compromesso
Meglio decidere di non decidere
Gli stadi chiusi e spettrali non piacciono a nessuno, sono la morte del calcio. Dunque, evviva il Meazza riaperto. Ma se si archivia il sollievo e si guarda un po' a quello che è successo in questi giorni attorno alla vicenda di San Siro, il sorriso rischia di spegnersi presto. Non certo per l'esito della vicenda (fittiziamente ancora sospeso) che invece rallegra, quanto per il farsesco affannarsi del sistema che l'ha prodotto. Una lunga vigilia della sentenza di appello contro le porte chiuse, fatta di proclami, minacce, inviti al buon senso, confusione molto dolosa tra insulti, sfottò e razzismo (l'ormai mitologico "Giulietta è una zoccola" equiparato all'invocazione di nuove Heysel, colera e vulcani eruttanti), fino allo spettacolare gran finale, quando la parola è tornata alla giustizia sportiva.
In Italia, nello sport e a volte non solo, va spesso così: quando c'è da decidere qualcosa di duro, si decide di non decidere. Si rimand…
In Italia, nello sport e a volte non solo, va spesso così: quando c'è da decidere qualcosa di duro, si decide di non decidere. Si rimand…
Gli stadi chiusi e spettrali non piacciono a nessuno, sono la morte del calcio. Dunque, evviva il Meazza riaperto. Ma se si archivia il sollievo e si guarda un po' a quello che è successo in questi giorni attorno alla vicenda di San Siro, il sorriso rischia di spegnersi presto. Non certo per l'esito della vicenda (fittiziamente ancora sospeso) che invece rallegra, quanto per il farsesco affannarsi del sistema che l'ha prodotto. Una lunga vigilia della sentenza di appello contro le porte chiuse, fatta di proclami, minacce, inviti al buon senso, confusione molto dolosa tra insulti, sfottò e razzismo (l'ormai mitologico "Giulietta è una zoccola" equiparato all'invocazione di nuove Heysel, colera e vulcani eruttanti), fino allo spettacolare gran finale, quando la parola è tornata alla giustizia sportiva.
In Italia, nello sport e a volte non solo, va spesso così: quando c'è da decidere qualcosa di duro, si decide di non decidere. Si rimanda, si impasta, si procastina, rimastica, annacqua, aspettando tempi migliori. La balbettante motivazione del verdetto della Corte federale si può infatti tradurre così: decidiamo di sospendere la decisione presa in attesa di una nuova decisione da prendere dopo la decisione che prenderà la federcalcio sulle nuove norme. Una fantastica esibizione di dialettica del compromesso, che d'altra parte da decenni segna l'orientamento della giustizia calcistica italiana, da Calciopoli in poi. E allora, avanti così, godiamoci San Siro pieno di gente. E magari abbassiamo un po' il volume dei microfoni, non si sa mai che quel disgraziato di Tosel debba poi ritrovarsi sul tavolo un altro rapporto di un altro ispettore di Palazzi, comunque non più sufficiente per condannare chicchessia. Quello di Torino, ci hanno spiegato i giudici, era troppo vicino alla curva dei milanisti, cioè ha sentito troppo. Ma non era meglio trovare un'altra formula per spiegarci che chiudere tutto uno stadio per l'idiozia di cento persone è demenziale?
In Italia, nello sport e a volte non solo, va spesso così: quando c'è da decidere qualcosa di duro, si decide di non decidere. Si rimanda, si impasta, si procastina, rimastica, annacqua, aspettando tempi migliori. La balbettante motivazione del verdetto della Corte federale si può infatti tradurre così: decidiamo di sospendere la decisione presa in attesa di una nuova decisione da prendere dopo la decisione che prenderà la federcalcio sulle nuove norme. Una fantastica esibizione di dialettica del compromesso, che d'altra parte da decenni segna l'orientamento della giustizia calcistica italiana, da Calciopoli in poi. E allora, avanti così, godiamoci San Siro pieno di gente. E magari abbassiamo un po' il volume dei microfoni, non si sa mai che quel disgraziato di Tosel debba poi ritrovarsi sul tavolo un altro rapporto di un altro ispettore di Palazzi, comunque non più sufficiente per condannare chicchessia. Quello di Torino, ci hanno spiegato i giudici, era troppo vicino alla curva dei milanisti, cioè ha sentito troppo. Ma non era meglio trovare un'altra formula per spiegarci che chiudere tutto uno stadio per l'idiozia di cento persone è demenziale?