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La degenerazione del tifo non trova ostacoli

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La misura esatta della degenerazione del tifo - non tutto, ma quanto basta e avanza - è in quella parola ripetuta con orgoglio dagli ultrà di tutta Italia, scritta sulle maglie dei derelitti giocatori della Nocerina e perfino fatta volare con un aereo sul cielo di Salerno: "Rispetto". In nome del rispetto, gli ultrà tutti rivendicano la propria esistenza e il proprio ruolo nel mondo del calcio, dalla serie A ai dilettanti, da Pordenone a Trapani. Rispetto per noi, per quanto contiamo, per quanto possiamo, per quanto vogliamo. E' la stessa parola d'ordine che ha permesso alle curve più potenti di unirsi nel ricatto contro la Lega che conta, quella di serie A: rispettate il nostro diritto - autoconferito - di insultare, disprezzare, invocare morti, malattie e stragi, altrimenti noi faremo chiudere tutti gli stadi costringendovi ad applicare la norma da voi voluta per combattere questo diritto. Il ricatto è recente, lo ricordano tutti, come i suoi effetti: la Figc che, su pressione della Lega, fa una rapida e ingloriosa retromarcia, rivede la norma, la anestetizza, la annacqua. Il rispetto per gli ultrà ha vinto.

Non è il caso di avventurarsi in trattati sociologici, non ne vale neppure la pena. Chi sono, perché sono così, di cosa si nutrono gli ultrà. Ora non conta. Conta un po' di più ragionare su cosa si dovrebbe e potrebbe fare per scongiurare giornate come quella segnata dalla mortificante resa di Salerno: club, giocatori, Stato, tutti messi alla berlina da dieci, venti, cento, trecento persone, in grado però di comandare. Ogni volta che si tocca il fondo, spostando il limite della vergogna, il calcio spende fiumi di parole: indignate prima, severe poi. Mai più, si dice, prima di aspettare la vergogna successiva. Uno dei pochi fatti, in mezzo al coro vociante dei venditori di fumo atteggiati a supermanager, era stato proprio quell'inasprimento delle sanzioni contro la violenza verbale da stadio, che voleva recepire le indicazioni dell'Uefa che, guarda un po' che coincidenza, ha scelto "respect" come sua parola d'ordine. Non vale la pena, ancora, stabilire quanto fossero giuste o ingiuste quelle regole. E' assai più importante ricordare perché il calcio italiano le abbia cambiate così di fretta: semplicemente, non ha avuto la forza di combattere la guerra scatenata dagli ultrà contro il sistema che le aveva prodotte.

Solidarietà ai tifosi "bravi ragazzi", distinguo, plauso al dietrofront federale sono arrivati praticamente da tutti i club italiani, all'unanimità. La linea del rigore è durata un paio di mesi, ingoiata dalla logica del volemose bene, di un sospetto "buonsenso". E' inutile, allora, stupirsi troppo se un sindaco giustifica di fatto qualche suo concittadino che minaccia di morte un giocatore, è inutile meravigliarsi se dopo le maglie fatte sfilare in serie A, arriva la squadra che si ritira dal campo in Lega Pro. E' la stessa maledetta cultura, quella che nessuno, per decenni, ha voluto combattere: noi siamo ultrà e dovete rispettarci altrimenti non si gioca. Fino a quando i fatti daranno loro ragione?