Tempo scaduto

La curva al potere

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Suona il telefono. "Volevo avvisarti che la celere sta andando sotto casa di Lotito. Sono preoccupati, pare che gli ultrà più duri della Lazio vogliano assediarlo".
Ecco, arriva la celere e siamo a posto. Non è la prima volta che succede, in Italia: il presidente si vende il campioncino e i tifosi si incazzano, a volte di brutto. La storia è piena di rivolte più o meno serie innescate dal calciomercato. Però in questo strano inverno del pallone c'è qualcosa di più, come un senso di sconfinamento maggiore, di allargamento del campo e dei ruoli, di perdita di controllo, di deriva, di buio. Prima Thohir, con la grottesca storia di Guarin/Vucinic saltato a furor di popolo, colpi di striscioni e perfino comunicati stampa ufficiali del "popolo della Nord"; poi la vicenda surreale del derby di Genova, spostato dall'orario iniziale (l'anticipo alle 12.30) a un incredibile monday night, dopo le minacce di boicottaggio degli ultrà delle due squadre uniti per la causa. Dalla domenica mattina al lunedì sera, a conferma dell'interesse e del rispetto per quei poveracci non ultrà che allo stadio vorrebbero andare normalmente, magari con i figli che il giorno dopo devono andare a scuola, magari senza beccarsi una polmonite, magari come avevano sempre fatto al derby, da quando il calcio è il calcio. E invece no, derby spostato, sia fatta la loro volontà, quella degli ultrà.

Quindi c'è stato il caso Hernanes, che piange davanti ai suoi tifosi, con un gesto d'altri tempi, e poi va a casa e vede alla tv quegli stessi tifosi col passamontagna a sparare bombe carta sotto la villa di Lotito. Non hanno vinto, gli ultrà dela Lazio. Lotito ha venduto il loro Profeta, malgrado le minacce, la celere, i bomboni. Ma in fondo è stato l'unico, in questo inverno, a resistere agli ultrà, trionfatori assoluti anche della partita contro le norme antiviolenza. Ieri si è chiuso il cerchio, con la decisione della Corte Federale di revocare definitivamente la sanzione affibbiata al Milan (chiusura totale dello stadio) per le offese a Napoli e ai napoletani, punizione sospesa "in attesa di accertamenti" dopo la furibonda reazione dei club e degli ultrà di tutta Italia, napoletani compresi. Lì, in fondo, il calcio ha deciso di ritirarsi in ordine sparso dalla presunta guerra ai padroni degli stadi. Cambiando di corsa le norme, annacquandole, diluendole, inserendo attenuanti, condizionali, supplementi di inchiesta, commissioni. Lì ha deciso di essere il solito, vecchio calcio italiano, quello che davanti ai problemi seri alza la voce, promette giustizia e vendetta, magari processa e condanna a più non posso. Ma in primo grado. Poi aspetta che il tempo e i Tnas e i consigli federali e le riunioni di Lega facciano il proprio inesorabile lavoro: appiattire, smussare, cancellare, dimenticare, insabbiare. Ci vuole buon senso, siamo in Italia, il momento è duro, siamo realisti. Curve aperte, dunque, derby spostati, 775 mesi di squalifiche per scommesse "scontati", presidenti minacciati, decaloghi su ciò che i presidenti devono o non devono fare appesi in curva, perfino comunicati ufficiali pubblicati da grandi giornali. Abbiamo vinto. Firmato il popolo ultrà.