Si legge la notizia e certo un po' si sobbalza. Dunque, i tedeschi hanno deciso i premi per i loro atleti medagliati a Sochi: 20 mila euro per l'oro, 15 mila per l'argento, 10 mila per il bronzo. Con una certa enfasi, l'agenzia di stampa (tedesca) precisa anche che si tratta di un "sensibile aumento" rispetto alle edizioni precedenti, quando l'oro valeva solo 15 mila. Accidenti.
Il sobbalzo deriva dal paragone con i premi stabiliti dagli italiani, cioè dal Coni, per chi dovesse salire sul podio in Russia: l'oro vale 140 mila euro (7 volte quello tedesco), l'argento 75 mila (il quintuplo), il bronzo 50 mila (idem). Quando li ha stabiliti, il Coni, con la medesima enfasi dei colleghi germanici, ha sottolineato che visti i tempi duri, si è ritenuto di "confermare le stesse cifre dei Giochi di Londra". Nessun aumento, insomma, da noi. C'è la crisi, si sa: sette volte più dei tedeschi basta.
Ora, però, è il caso di fermarsi a riflettere sulle vere ragioni di un divario che, oltre a far sobbalzare, farebbe anche un po' indignare, considerando il confronto tra i due paesi, i dati sulla disoccupazione, sul pil, sullo spread, sul debito pubblico, eccetera eccetera eccetera. In realtà, è solo un gioco delle probabilità, una scommessa, un calcolo che mescola statistica e realismo. Quante medaglie potrà vincere l'Italia ai Giochi? A Vancouver, quattro anni fa, furono appena 5: un oro, un argento, tre bronzi. Ai valori attuali, si dovesse confermare il bottino, al Coni costerebbero 365 mila euro, che comunque certo non sono pochi. La Germania, in Canada, chiuse invece con 10 ori, 13 argenti, 7 bronzi. Secondo il nuovo tariffario tedesco, oggi costerebbero 465 mila euro. Il vero differenziale tra i due paesi è questo: chi vince tanto, non può pagare troppo. Chi vince poco, può anche largheggiare in promesse: tanto alla fine pagherà comunque di meno. Ma naturalmente non cambia la sensazione che qualcosa non torni, con tutto il sacrosanto rispetto per gli atleti azzurri e per i loro sacrifici, che comunque non sono così diversi da quelli dei colleghi tedeschi. Non è un po' troppo, sette volte di più?
Il sobbalzo deriva dal paragone con i premi stabiliti dagli italiani, cioè dal Coni, per chi dovesse salire sul podio in Russia: l'oro vale 140 mila euro (7 volte quello tedesco), l'argento 75 mila (il quintuplo), il bronzo 50 mila (idem). Quando li ha stabiliti, il Coni, con la medesima enfasi dei colleghi germanici, ha sottolineato che visti i tempi duri, si è ritenuto di "confermare le stesse cifre dei Giochi di Londra". Nessun aumento, insomma, da noi. C'è la crisi, si sa: sette volte più dei tedeschi basta.
Ora, però, è il caso di fermarsi a riflettere sulle vere ragioni di un divario che, oltre a far sobbalzare, farebbe anche un po' indignare, considerando il confronto tra i due paesi, i dati sulla disoccupazione, sul pil, sullo spread, sul debito pubblico, eccetera eccetera eccetera. In realtà, è solo un gioco delle probabilità, una scommessa, un calcolo che mescola statistica e realismo. Quante medaglie potrà vincere l'Italia ai Giochi? A Vancouver, quattro anni fa, furono appena 5: un oro, un argento, tre bronzi. Ai valori attuali, si dovesse confermare il bottino, al Coni costerebbero 365 mila euro, che comunque certo non sono pochi. La Germania, in Canada, chiuse invece con 10 ori, 13 argenti, 7 bronzi. Secondo il nuovo tariffario tedesco, oggi costerebbero 465 mila euro. Il vero differenziale tra i due paesi è questo: chi vince tanto, non può pagare troppo. Chi vince poco, può anche largheggiare in promesse: tanto alla fine pagherà comunque di meno. Ma naturalmente non cambia la sensazione che qualcosa non torni, con tutto il sacrosanto rispetto per gli atleti azzurri e per i loro sacrifici, che comunque non sono così diversi da quelli dei colleghi tedeschi. Non è un po' troppo, sette volte di più?