Poi arrivano i numeri, peraltro fortemente sospettati di essere approssimati per difetto, e chiudono il cerchio. Sapere che più o meno la metà degli italiani non pratica nessuna attività sportiva - e nella categoria dei sedentari assoluti non è inserito chi fa una corsetta alla settimana, per dire - non è una sorpresa. È più che altro la certificazione di un disastroso equivoco che va avanti da decenni, riassumibile in una domanda semplice: chi dovrebbe occuparsi di far fare sport agli italiani? Nella percezione comune, alimentata dall'ignavia della politica, il compito spetta al Coni, un'entità per molti astratta, cui lo Stato versa ogni anno oltre 400 milioni di euro. Un italiamo medio questo pensa: si fa sport dove c'è il Coni, con le sue federazioni, i suoi impianti, i suoi maestri, quelli che ti chiedono di fare una tessera e una visita medica quando iscrivi tuo figlio a un corso di qualsiasi cosa.
Nella realtà dei fatti il Coni fa altro, per statuto. Dovrebbe, certo, promuovere la pratica sportiva nel paese. Dovrebbe incentivarla, favorirla, renderla universale. Nei fatti, il Coni è un ministero che si occupa dello sport agonistico, finanziando federazioni che devono addestrare e selezionare atleti, sostenere i costi delle competizioni, fornire materiale umano che poi il Coni cura coi i suoi progetti finalizzati alla preparazione olimpica. Lo sport per tutti, quello della gente normale, quello dei bambini che devono imparare a nuotare, che devono poter crescere sani di testa e di corpo, dovrebbe spettare allo Stato. Che invece, in Italia, se ne lava le mani da sempre, almeno dal dopoguerra in poi, considerando assolto il suo compito con l'esborso di quei 400 miserabili milioni l'anno.
E' una verità ruvida, ma questo è. Lo stato italiano ha abbandonato la promozione della pratica sportiva nelle scuole da almeno sessant'anni. Non ha investito nulla, né soldi, né idee, né uomini adeguati, per affrontare un tema che pure dovrebbe essere di vitale importanza: non per vincere medaglie olimpiche, di cui si può fare a meno, certamente. Ma per miglorare la vita dei suoi cittadini, ridurne il disagio sociale prima e sanitario poi, prevenire malattie, ma anche educare. L'Italia non ha mai considerato nulla di tutto ciò: ha lasciato che la scuola, il luogo fondamentale in tutti i paesi del mondo per la pratica sportiva, si arrangiasse senza fondi, con strutture che marciscono, palestre che non ci sono, rocambolesche convenzioni con strutture esterne, sempre a carico delle famiglie. Nei programmi scolastici l'educazione motoria è vissuta come una sorta d'ora d'aria per studenti affannati, non come un momento decisivo per la formazione. I finanziamenti per le attività giovanili - giochi studenteschi, giochi della gioventù - sono tagliati da anni, da quando la grande mucca del totocalcio ha smesso di fornire al Coni le risorse necessarie - oltre che per ingrossare a dismisura organici e compensi dei dirigenti - per pagare chi organizzava e gestiva gli eventi. Fuori dalla scuola, il volontariato degli Enti di promozione sportiva, una volta pura emamazione nello sport dei partiti di riferimento, fanno salti mortali per continuare a offrire la possibilità di una pratica di base ai cittadini, in città senza impianti, spazi, strutture, assistenza. Più si scende verso il Sud, naturalmente, più il coefficiente di difficoltà aumenta. Ma questa è una storia troppo nota per parlarne ancora.
Cosa si può fare, adesso, di fronte a questi numeri? Giovanni Malagò, il capo dello sport, sa che la sua presidenza avrà un senso solo se lascerà un segno degno di nota. Non arriverà, questo segno, dal medagliere di Rio 2016, del tutto ininfluente rispetto alla portata immane del problema. Arriverà se Malagò sarà in grado di fare quello che i suoi predecessori non hanno saputo o potuto o voluto fare: coinvolgere davvero lo Stato in un grande programma di riforma dello sport in Italia. Il progetto di alfabetizzazione motoria varato dal ministro Gelmini e da Petrucci nel 2009 fu soltanto una misera operazione di immagine, un tentativo goffo di contrabbandare come rivoluzionario un investimento offensivo in termini economici e di risorse umane. Infatti, nulla è cambiato, anzi: i numeri dicono che la macchia nera della sedentarietà si espande, inghiotte altri pezzi di paese, altre quote anagrafiche. Malagò ha ottimi modi, e vanta di continuo grandi amicizie nei palazzi che contano. Vedremo presto se davvero serviranno a qualcosa, o se il Coni resterà anche con lui il palazzo dello sport di un paese che non fa sport.
Nella realtà dei fatti il Coni fa altro, per statuto. Dovrebbe, certo, promuovere la pratica sportiva nel paese. Dovrebbe incentivarla, favorirla, renderla universale. Nei fatti, il Coni è un ministero che si occupa dello sport agonistico, finanziando federazioni che devono addestrare e selezionare atleti, sostenere i costi delle competizioni, fornire materiale umano che poi il Coni cura coi i suoi progetti finalizzati alla preparazione olimpica. Lo sport per tutti, quello della gente normale, quello dei bambini che devono imparare a nuotare, che devono poter crescere sani di testa e di corpo, dovrebbe spettare allo Stato. Che invece, in Italia, se ne lava le mani da sempre, almeno dal dopoguerra in poi, considerando assolto il suo compito con l'esborso di quei 400 miserabili milioni l'anno.
E' una verità ruvida, ma questo è. Lo stato italiano ha abbandonato la promozione della pratica sportiva nelle scuole da almeno sessant'anni. Non ha investito nulla, né soldi, né idee, né uomini adeguati, per affrontare un tema che pure dovrebbe essere di vitale importanza: non per vincere medaglie olimpiche, di cui si può fare a meno, certamente. Ma per miglorare la vita dei suoi cittadini, ridurne il disagio sociale prima e sanitario poi, prevenire malattie, ma anche educare. L'Italia non ha mai considerato nulla di tutto ciò: ha lasciato che la scuola, il luogo fondamentale in tutti i paesi del mondo per la pratica sportiva, si arrangiasse senza fondi, con strutture che marciscono, palestre che non ci sono, rocambolesche convenzioni con strutture esterne, sempre a carico delle famiglie. Nei programmi scolastici l'educazione motoria è vissuta come una sorta d'ora d'aria per studenti affannati, non come un momento decisivo per la formazione. I finanziamenti per le attività giovanili - giochi studenteschi, giochi della gioventù - sono tagliati da anni, da quando la grande mucca del totocalcio ha smesso di fornire al Coni le risorse necessarie - oltre che per ingrossare a dismisura organici e compensi dei dirigenti - per pagare chi organizzava e gestiva gli eventi. Fuori dalla scuola, il volontariato degli Enti di promozione sportiva, una volta pura emamazione nello sport dei partiti di riferimento, fanno salti mortali per continuare a offrire la possibilità di una pratica di base ai cittadini, in città senza impianti, spazi, strutture, assistenza. Più si scende verso il Sud, naturalmente, più il coefficiente di difficoltà aumenta. Ma questa è una storia troppo nota per parlarne ancora.
Cosa si può fare, adesso, di fronte a questi numeri? Giovanni Malagò, il capo dello sport, sa che la sua presidenza avrà un senso solo se lascerà un segno degno di nota. Non arriverà, questo segno, dal medagliere di Rio 2016, del tutto ininfluente rispetto alla portata immane del problema. Arriverà se Malagò sarà in grado di fare quello che i suoi predecessori non hanno saputo o potuto o voluto fare: coinvolgere davvero lo Stato in un grande programma di riforma dello sport in Italia. Il progetto di alfabetizzazione motoria varato dal ministro Gelmini e da Petrucci nel 2009 fu soltanto una misera operazione di immagine, un tentativo goffo di contrabbandare come rivoluzionario un investimento offensivo in termini economici e di risorse umane. Infatti, nulla è cambiato, anzi: i numeri dicono che la macchia nera della sedentarietà si espande, inghiotte altri pezzi di paese, altre quote anagrafiche. Malagò ha ottimi modi, e vanta di continuo grandi amicizie nei palazzi che contano. Vedremo presto se davvero serviranno a qualcosa, o se il Coni resterà anche con lui il palazzo dello sport di un paese che non fa sport.