Tempo scaduto

Thohir, scusaci

2 minuti di lettura
Sarebbe bastato un piccolo sforzo. Una frase così: "A nome della Lega di serie A, chiedo scusa ad Eric Thohir. Le parole offensive che lo hanno investito in questi giorni sono state troppe, e troppo sbagliate per essere tollerate". Non ci vuole molto a capire perché: quando un membro dell'organizzazione che tu rappresenti sbaglia in un modo così grossolano e grottesco, bisogna fare due cose: chiedere scusa a chi è stato vittima dell'errore ed essere molto duri con chi lo ha commesso. Maurizio Beretta, che la Lega rappresenta in quanto presidente legittimamente eletto, ha invece scelto dopo giorni di silenzio un'altra strada. Ha liquidato con generiche parole di forma la solidarità dovuta a Thohir, al quale un membro della sua Lega aveva dato del filippino da cacciare, mettendo poi in guardia dai danni collaterali che potrebbe provocare l'esuberanza dei singoli presidenti. "Erick Thohir merita il dovuto rispetto e niente pregiudizi", ha tuonato Beretta, come se in un paese normale fosse pensabile il contrario. "Sarebbe un grave errore - ha detto all'Ansa - se si creasse un clima tale da scoraggiare potenziali investitori internazionali interessati al nostro calcio e non solo".

Dunque, questo per Beretta è il punto: insultare un imprenditore asiatico potrebbe mettere in fuga altri possibili finanziatori della baracca. Ecco. Non parliamo di razzismo o di cattivo gusto. Parlamo più pragmaticamente di affari. Thohir ha comunque apprezzato l'intervento, ringraziando educatamente. Ma davvero non si poteva fare di più? Sarebbe bastato poco. Dire cose tipo: scusali, Thohir, non sanno quello che dicono. Scusali, Eric, in Italia c'è gente che va in tv e le spara più grossa possibile, perché così poi diventa famosa. Scusali, Thohir, e grazie per essere venuto in un posto come questo, malgrado tutto. Invece Beretta ha toccato altre corde, lui che è esperto di comunicazione. Lo sarà di certo nella banca per cui lavora curando le relazioni esterne. Lo è molto meno nel doppio ruolo che il calcio gli ha regalato. Come presidente di Lega, brilla per interventi come quello su Thohir, alternati a lunghi periodi di silenzio. Come vicepresidente vicario della Figc, invece, si è segnalato lunedì scorso per il suo intervento al Coni, quando davanti ai presidenti delle altre federazioni sportive ha solennemente dichiarato che "l'olimpismo non è il core business del calcio", chiarendo così il perché della distanza ormai non più misurabile che c'è tra pallone e altri sport. Noi siamo il calcio, voi fate le Olimpiadi. Però non provate a tagliarci i soldi del Coni, anche se per statuto il Coni di Olimpiadi vive. Geniale. D'altra parte Beretta è così. Per lui lo sport significa affari (lui direbbe business) e basta. Si gioca, si vende alle tv, si incassa. Il resto non gli interessa, l'olimpismo è probabilmente una materia grigia e informe i cui contorni non capisce, né prova a farlo, anzi, forse ne è perfino spaventato. Non è core business, appunto. E magari spaventa pure qualche investitore straniero.