Tempo scaduto

Ma non sono solo gaffe

2 minuti di lettura
La vera sorpresa del dibattito scatenatosi in rete su Lotito è che qualcuno si sorprenda. Anche tra i molti, moltissimi che descrivono ormai i personaggi del calcio soltanto come macchiette, simpatici e stravaganti signori che fanno ridere, un po' come le magnifiche figurine del calcio dei bei tempi andati di Paolo Valenti a 90° minuto. Ecco, invece no. Bisogna capire che dietro le cosiddette gaffe - tali sono tecnicamente, poi però si può e si deve discutere su cosa le inneschi - ci sono gli uomini (nessuna donna, non c'è pericolo) che guidano il più importante sport italiano. E questo è tutto tranne che uno scherzo, anche se poi diventa inevitabile sorridere di fronte a certe comiche performance pubbliche e televisive. Il calcio è una cosa invece serissima, non solo per la mole di denaro e affari che muove e produce. Soprattutto, invece, perché ha a che fare con passioni ed emozioni, merci protette e da proteggere in tempi di umanità sempre più metallica e ibernata.

I signori che governano questo meccanismo così delicato dovrebbero essere dunque all'altezza di un compito difficile: capire e saper coniugare gli interessi privati, legittimi e sacrosanti, dei soggetti che producono lo spettacolo, con il bene comune che amministrano, altrettanto indiscutibile e prezioso. Dovrebbero essere persone preparate - non solo in senso scolastico: per capirci, la citazione in latino non serve - professionalmente ma anche umanamente, proprio a causa della materia sensibile di cui si occupano. Dovrebbero certamente essere uomini del fare, per usare un'iperbole cara a Lotito e Tavecchio. Ma altrettanto essere uomini del sentire e del capire. Dovrebbero essere persone cui una gaffe come quella delle banane che ha crocefisso Tavecchio o quella dei bambini-cosi che resterà appiccicata a Lotito, non potrebbe mai e poi mai uscire di bocca: non tanto in virtù di capacità dialettiche (i cui limiti sono stati peraltro evidentementi dimostrati), quanto per un bagaglio ben più profondo che ha a che fare con cose come sensibilità, apertura mentale, tolleranza, cultura.

Capita a tutti, evidentemente, di sbagliare. La vita è piena di trabocchetti, nei lavori che ciascuno ha scelto come nelle relazioni personali. Il problema di chi ha voluto fortemente avere un ruolo pubblico è che gli errori restano addosso. La filosofia di Lotito in questo è molto chiara: per comandare devi avere il consenso. Quando l'hai avuto, decidi. È una concezione discutibile, ma almeno ha contorni nitidi. Però poi Lotito, come Tavecchio, non può dimenticare che il potere ha un prezzo, almeno fino a quando la democrazia resiste. Chi lo esercita è sottoposto alla critica continua dell'opinione pubblica. Ogni parola vale doppio, triplo. E ogni parola sbagliata è dieci, cento, mille volte più grave di quelle dette in un bar da una persona qualunque. Lotito non sentì il bisogno di scusarsi con Marotta dopo che una sua pessima battuta, intercettata dai cronisti, fu divulgata dalle agenzie di stampa, con tutto il suo potere offensivo. Lotito se la prese con i giornalisti, non riconoscendone il ruolo pubblico, che è a orario continuato e non soggetto a compromessi, come lui iscritto all'ordine dovrebbe sapere. E anche nella vicenda dei bambini-cosi, non ha chiesto subito scusa, preferendo avventurarsi in un incomprensibile richiamo all'altrui sordità, piuttosto che ammettere la propria momentanea inadeguatezza.

Gestire una grande responsabilità significa anche avere la capacità di capire quando e come si sbaglia, e saper rimediare in fretta. Tavecchio e Lotito, che ora gestiscono il calcio, la pensano diversamente. Pensano di non sbagliare mai. Pensano che basti tirare dritti, non rendere conto a nessuno, ignorare una sospensione dell'Uefa come il richiamo di un conduttore tv scandalizzato, dare dei complottisti ai giornalisti, e intanto coltivare il consenso, quello che basta per andare avanti. E continuare a gestire così un bene di tutti. La credibilità, d'altra parte, non gioca, non vota, non paga. Dunque, non serve.