Tempo scaduto

Carolina colpevole quando non serve più

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Spostiamo un attimo i riflettori da Carolina. Dimentichiamo per un momento le sue colpe, vere o presunte, di atleta o di fidanzata, di campionessa o di ragazza innamorata, non si sa, vedremo. Spostiamo invece il fascio di luce più in là, provando a illuminare i palazzi dentro le cui stanze Carolina è stata prima idolatrata, poi interrogata, quindi giudicata degna di un processo e di una richiesta di squalifica pesantissima, definitiva non tanto per la sua carriera, già finita, quanto per la sua dignità.

Lo spettacolo che va in scena, in questa trama a metà tra una bollente telenovela brasiliana e un gelido dramma tedesco, è quello di un'istituzione, la procura antidoping italiana, incredibilmente sincronizzata sui tempi della convenienza, più che su quelli della giustizia. Sembrerà strano sostenerlo, nel giorno in cui il risveglio tuonante della procura mette sul tavolo provvedimenti tostissimi, richieste di condanna dure come il pugno di ferro tante volte sventolato a parole dai capi dello sport italiano. Eppure basta avere un pizzico di memoria per sentire comunque un odore e un sapore strano, che accompagnano questa aspra severità nei confronti dell'ex fidanzata reale di Schwazer e ideale degli italiani, innamorati della sua grazia sul ghiaccio, dei suoi toni pacati, dei suoi occhi bassi, della sua fragilità. Basta tornare al 2012, alla vigilia delle Olimpiadi di Londra, quando Schwazer fu smascherato - e non dal Coni, ricordiamolo sempre, di cui era l'atleta di punta - e in lacrime, subito, parlò di lei, di Carolina. Ero stanco di dirle bugie - singhiozzava Alex - stanco di questa situazione. Il truffatore Schwazer rivelò subito il coinvolgimento indiretto - ma forte, inevitabile - di Carolina nella sua vicenda di dopato. Eppure, per oltre due anni al Foro Italico nessuno ha mai chiesto nulla ala Kostner. La procura antidoping, allora guidata da Torri, non l'ha convocata. Il presidente Petrucci - poi arriverà anche Malagò - non ha mai pensato di chiedere un'inchiesta che la riguardasse. Chi ha indagato su Schwazer non ha mai ritenuto di doverle chiedere conto delle zone d'ombra ben presto emerse nella vita del suo fidanzato, e dunque inevitabilmente anche nella sua.

Il Coni si è mosso soltanto un paio di mesi fa, quando i verbali degli interrogatori della Kostner davanti ai giudici di Bolzano sono stati resi pubblici dal giornalista Claudio Gatti, illuminando con un fascio di luce accecante quelle zone d'ombra: Carolina che parlava delle notti passate con Alex attaccato alle macchine nella tenda ipossica, Carolina che parlava degli ispettori despistati a Oberdorf, Carolina che diceva cose poi contraddette, rimasticate, modificate, sballate, con tante e confuse versioni convergenti soltanto in una considerazione inevitabile: Carolina sapeva e non ha denunciato, Carolina ha aiutato e coperto, dunque va punita.

Certo, l'azione di un magistrato, o di un investigatore in divisa, è mille volte più efficace di quella di un ispettore dell'antidoping, o del capo di una procura sportiva. Il problema del Coni non è però nell'efficacia della sua azione. Il problema è che il Coni per due anni decise di non agire. Due anni durante i quali la campionessa Carolina entusiasmava gli italiani vincendo medaglie abbaglianti, l'ultima nel febbraio scorso, alle Olimpiadi di Sochi. Carolina danzava, vinceva, emozionava: una tedesca che diventava italianissima, che bellezza averla con noi, che bellezza vederla sul podio, che bellezza ragazzi.

Poi Carolina ha smesso, ha cominciato a pattinare solo per se stessa e per i soldi dei gala a pagamento, è diventata inutile per i medaglieri. E i giudici di Bolzano avevano chiarito quanto il Coni aveva deciso che non valeva la pena neppure di provare a sapere. Ecco, è stato allora che Carolina è diventata una criminale sportiva facile da perseguire: 4 anni e passa di squalifica, brutta bugiarda traditrice. Tanto ormai non servi più.