Tempo scaduto

Esemplare, ma non troppo

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Resterà comunque una sentenza esemplare, quella che toglie di mezzo Carolina dallo sport, lasciandola (per ora) ai suoi ricchi spettacoli sul ghiaccio, dove grazia e bellezza bastano e avanzano e non vengono messi in discussione da altro. Esemplare di sicuro. Giusta, chissà. Intempestiva, certamente e scandalosamente. Una sentenza, anzi, che dovrebbe far arrossire tante persone. Vediamo perché.

L'esempio, prima di tutto. I giudici non hanno calcato troppo la mano, hanno scelto la strada della condanna dura ma non troppo, un compromesso tra l'ipotesi peggiore (i 27 mesi chiesti dalla procura Coni) e quella migliore (quattro mesi per omessa denuncia). Ma la potenza del provvedimento resta intatta, e micidiale: chiude nel modo più traumatico la carriera sportiva (peraltro già finita) di una grande campionessa, le sporca per sempre l'immagine di pura bellezza, e soprattutto sancisce il principio che gli affetti non sono mai una giustificazione. Anche se ami, devi denunciare. Anche se vivi insieme al tuo uomo, devi fare la spia. Anche se sei pazza di lui, devi rovinarlo.

E' un principio che fa parecchio a cazzotti col senso comune (e in parte con le leggi ordinarie dello stato): i sentimenti sono una cosa delicata, ciascuno ha una sua idea su cosa sia più importante, ciascuno ha provato a mettersi nei panni della Kostner chiedendosi cosa avrebbe fatto in quella situazione. Ma non conta tanto questo, conta, appunto l'esempio: d'ora in poi, dice la sentenza, tutti sanno cosa fare per evitare di finire come la Kostner.

Ma che tutto ciò sia giusto, ecco, è perlomeno discutibile. Carolina è stata condannata per complicità. Una brutta parola, se riferita a un dopato, perché lascia intendere che la Kostner sapesse che il suo fidanzato era un imbroglione. Ma davvero esiste una prova certa di questo, e non soltanto un sia pur fondato sospetto? Davvero le tante, troppe bugie raccontate dall'atleta nelle sue confuse e avventurose versioni difensive, sono la conferma di una consapevolezza? Vederemo se la convinzione dei giudici del Coni resisterà davanti al Tas, che in passato ha più volte ribadito la necessità della "consapevolezza dell'illecito" prima di stroncare una vita sportiva. Ma è lecito dubitarne.

Lo scandalo, infine, e brevemente, per non ripetersi troppo. La squalifica di Carolina arriva a 29 mesi di distanza dalla positività del suo allora fidanzato, Alex Schwazer, che la chiamò in causa subito, il giorno stesso dell'esplosione del caso, a Londra, parlando dello stress della loro convivenza durante le sue pratiche dopanti. I giornali riportarono subito le dichiarazioni di Alex, e si posero subito dubbi sul possibile ruolo di Carolina nella vicanda. Ma per oltre due anni il Coni non ha mai chiesto alla Kostner di fornire una sua versione. La procura antidoping non ha mai ritenuto di convocarla, di aprire un'inchiesta su di lei, di chiederle come mai non si fosse accorta di nulla.

Il Coni ha lasciato che la Kostner continuasse tranquilla la sua carriera, culminata con la magnifica medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Sochi, neppure un anno fa. Troppo importante, il nostro caro angelo del ghiaccio, per rischiare di infangarlo con un'inchiesta. Almeno fino a quando, dopo Sochi, Carolina ha confermato che la sua vita di atleta sarebbe probabilmente finita lì. Una liberazione, per lei. Ma anche per la procura Coni, evidentemente, libera finalmente di metterla sotto inchiesta, interrogarla, incastrarla, processarla. Non serviva più. Poteva diventare una sentenza. Esemplare.