Tempo scaduto

No agli stage, la sconfitta è di Tavecchio

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Eppure Carlo Tavecchio l'aveva giurato solennemente: "Gli stage si faranno". Non tanto tempo fa, anzi, pochissimo, appena il 26 gennaio. "Tutti ricordino che per giocare a calcio serve la tessera della Figc", aveva tuonato minaccioso, rivolto - senza citare nessuno - a chi nei mesi scorsi aveva riso in faccia a Conte e alla sua idea di prelevare i giocatori dai club fuori dalle date ufficiali della Fifa, per provare a costruire una Nazionale un po' più decente di quella vista in Brasile. "Faremo gli stage comunque, con chi ci sta", aveva detto e ridetto il gran capo della Federcalcio, mettendoci la sua, di faccia. E' finita così, con una ritirata rabbiosa (di Conte) e ingloriosa (della Figc), che ha dimostrato, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la propria assoluta e totale irrilevanza nel panorama del calcio italiano, territorio occupato militarmente dai club. Che, infatti, in agosto si erano affrettati a far eleggere uno come Tavecchio, certi in anticipo che uno così non avrebbe cambiato nulla, non avendone né il prestigio, né la forza, né le capacità, né gli strumenti normativi.

La pessima figura degli stage - molto annunciata, peraltro, soprattutto dopo le parole irriverenti con cui li aveva liquidati Allegri appena ricevuta la visita di Conte - è la conferma di tante cose, tutte assai illuminanti e scoraggianti:
a) Della Nazionale non frega mai nulla a nessuno, come già vaticinato dal povero Prandelli,  tranne che in occasione dei grandi eventi (Europei, Mondiali), quando il popolo si scopre tifoso e i club sperano avidamente che la ribalta faccia aumentare il valore dei propri giocatori.
b) La Federcalcio è vista dai club professionistici come una controparte, un palazzo destinato a contenere scartoffie moleste e dirigenti insignificanti, neutralizzati dal potere di veto esercitabile in consiglio federale. Il primo club italiano, non va dimenticato, ha tuttora in corso una causa di risarcimento con la Figc da oltre 400 milioni di euro, per dire quanto fattiva sia la collaborazione.
c) Il presidente della suddetta Federcalcio, Carlo Tavecchio, conta poco più di nulla in campo nazionale, mentre non può ancora farsi vedere in campo internazionale, ospite indesiderato dopo la storia delle banane. I segni tangibili della sua presenza si limitano a esternazioni folcloristiche, pronunciate in una strana lingua diffusa in eurovisione durante gli intervalli delle partite azzurre e a proclami grotteschi ("Siamo pronti per la moviola in campo! La Nazionale sarà la squadra di tutti!) quasi sempre corretti all'uscita successiva.
d) La Lega serie A, tuttora governata da un dirigente di banca che se ne occupa nel tempo libero, è ridotta a una sorta di ufficio pratiche, dove vengono apposte le firme a decisioni prese altrove, in trattative private: vale per l'immensa torta dei diritti tv come per le briciole di tutto il resto, calendario, anticipi televisivi, sedi delle finali delle coppe, eccetera eccetera. Nessuno pensi che la Lega abbia un ruolo politico, né tantomeno che abbia al centro dei propri interessi il bene del prodotto che vende, il calcio. Esiste, la Lega, solo per stabilire rapporti di forza tra i suoi membri, che infatti si adoperano incessantemente soltanto per guadagnare o conservare posizioni e poltrone. Quindi, inutile stupirsi se in quest'ultima diatriba tra Conte e club la Lega non sia semplicemente esistita.

Ecco, questo è il bilancio dell'operazione stage, che adesso presenterà altri conti da pagare. Il più salato di tutti riguarda la posizione di Antonio Conte, il più pagato, ma adesso anche il più maltrattato ct che si ricordi. "Resterà di certo fino al 2016", aveva tuonato Tavecchio rispondendo a chi avanzava dubbi sulla tenuta di Conte, messo di fronte alla cruda realtà dei fatti. Era lo stesso giorno in cui aveva annunciato che gli stage si sarebbero fatti di sicuro. Prepariamoci. Al peggio.