Todomundo

Quelle strade di Brasilia

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Le persone attraversano correndo come topi le immense strade che s'incrociano a Brasilia, strade che salgono, scendono, ruotano in vorticose rotonde, alcune nello sfondo di alte fontane contro cieli cobalto. Non ci sono attraversamenti pedonali, né semafori. I progettisti del futuro avevano immaginato l'impossibilità del cruciverba urbano tra uomini e macchine, ognuno in questo tempo meraviglioso e sognato avrebbe avuto i suoi percorsi, solo linee parallele, nessuna bisettrice. Il futuro non prevede incontri, traccia linee che si perdono all'orizzonte. Ma così non è, e per attraversare si rischia la pelle.

Il futuro va visto da vicino, bisogna mettere gli occhi accanto al cemento di questi grattacieli, bisogna osservare bene le arcate, le torri, le sfere, le guglie di una vertigine che dura da mezzo secolo, e chissà con che occhi l'avranno guardata loro, i brasiliani, quando Brasilia sorse ed anzi apparve, se ancora adesso questo luogo diverso da tutti ci inquieta e sorprende, toccandoci nel profondo. Guardando bene, ogni palazzo è come attraversato da una ragnatela di minuscoli cedimenti - una macchia qui, una breccia là - e già il futuro appare meno sicuro di sé. Il tempo fa il suo mestiere anche nei luoghi senza tempo. L'infilata dei palazzi dei ministeri, tutti identici, fugge nella linea dello sguardo verso una specie di prateria sudafricana, qui ci sono solo cemento e alberi e cielo, ogni tanto il volo di un airone. Qualcosa sempre si sfarina, senza il minimo rumore.

Le geometrie scalene e visionarie fanno subito pensare a una città invisibile di Italo Calvino, non per nulla hanno tutte nomi di donna, anche Brasilia potremmo decidere che lo è: città femmina che fugge, che non si lascia capire, che si propone nell'incomprensione, città femmina invecchiata da ragazza. (Brasilia la disegnò Oscar Niemeyer, e io allora ricordo che da ragazzino andavo in bici sullo stradone che da Settimo Torinese porta a San Mauro, a quell'epoca lo stavano asfaltando, ai margini del Po dove esistevano piccoli orti urbani e animali a zonzo. In mezzo ai prati sorse all'improvviso un edificio bianco, circolare, come una strana astronave atterrata lì da noi senza preavviso, incongrua e magnifica: era, ed è, la sede della cartiera Burgo, progettata proprio da Niemeyer. E adesso che mi trovo qui, a Brasilia, fermo davanti alla sua cattedrale che è un calice rovesciato in uno specchio d'acqua sugli affanni del mondo, mi dico che forse dovevo attraversare l'oceano per ritrovarmi a San Mauro nel 1975, a cavallo della mia bici Graziella color senape).

Corrono uomini e donne attraversando strade per salvarsi la vita, i giapponesi come sempre fotografano, gli altri si assopiscono nel silenzio del mattino, dentro un bel sole fresco, perché è ancora presto e perché Brasilia sta a più di mille metri. La cattedrale è circondata da un cerchio d'acqua, ci si mette un po' a capire che per entrare si deve passare da sotto, dove una specie di tunnel si apre all'interno della cupola. E qui, infine, il futuro pensato da un sognatore esplode nei colori delle vetrate, tra blu e gialli e angeli appesi: forse, la più bella chiesa del mondo. E a quell'angelo viene voglia di chiedere qualcosa, o una cosa soltanto.