BELO HORIZONTE - Al mercato coperto di Belo Horizonte ci sono bambole di paglia colorate a matita, vestite di stracci. Ci sono zanne di animali strani, e ancor più strani semi o spezie o forse frutti in conserva, forme non riconoscibili da occhio umano. Ci sono cataste di ananas che qui si chiamano "abacaxi" con l'accento (solo nella pronuncia) sulla i: una parola da imparare subito, perché gli ananas sono talmente buoni che bisogna chiamarli per nome, e nominare una cosa gustosa è un po' come mangiarla.
Al mercato coperto di Belo Horizonte si impilano formaggi che sembrano tome, o ricotte. Alcuni sono cilindrici come i caprini francesi, però più lunghi. E banane, certo, più corte e scure delle nostre, dolcissime. C'è tanta chincaglieria, magliette con i giochi di parole di marchi famosi (Tommy Hilfigher diventa, per dire, Tommy Cachaça), ceste e gerle di vimini, bistecchiere enormi per costate che si possono permettere in pochi. Ci sono giocattoli di legno e cineserie, taglieri per la verdura con gli stemmi delle squadre di calcio, giganteschi barattoli di pillole per culturisti e minuscole saliere e pepiere: l'enorme e il piccolissimo convivono. Il settore alimentare espone maialini appesi, accanto al vecchio orologiaio con le sue pendole e i cucù. Le venditrici attendono i clienti su seggiole lillipuziane, senza blandirli, pigramente: se qualcuno vuol comprare comprerà, altrimenti pazienza. Una comprensibile forma di fatalismo commerciale nella città in cui tutto si mescola con tutto, negozi che offrono solo manichini e modelli Fiat mai visti, tipo la "Siena".
Al mercato coperto di Belo Horizonte c'è uno spazio grande e rumoroso, che attira le persone col richiamo di versi animali. Prima si incontrano le gabbie dei cagnolini addormentati, poi le terribili prigioni dei tacchini, delle galline e dei galli stretti tra le sbarre. Infine, la teoria lunghissima delle gabbie dei pappagallini. Sono bestiole minuscole, frenetiche e multicolori. Si beccano tra loro e beccano le sbarre, mulinando nel movimento le loro penne rosse, verdi, gialle, blu: è una scena tragica, tremenda. Stanotte bisogna tornare e aprire le gabbie. Quelle povere bestie raccontano con il loro inutile piccolissimo stridore la pena di ogni prigionia, di ogni libertà negata.
Al mercato coperto di Belo Horizonte si impilano formaggi che sembrano tome, o ricotte. Alcuni sono cilindrici come i caprini francesi, però più lunghi. E banane, certo, più corte e scure delle nostre, dolcissime. C'è tanta chincaglieria, magliette con i giochi di parole di marchi famosi (Tommy Hilfigher diventa, per dire, Tommy Cachaça), ceste e gerle di vimini, bistecchiere enormi per costate che si possono permettere in pochi. Ci sono giocattoli di legno e cineserie, taglieri per la verdura con gli stemmi delle squadre di calcio, giganteschi barattoli di pillole per culturisti e minuscole saliere e pepiere: l'enorme e il piccolissimo convivono. Il settore alimentare espone maialini appesi, accanto al vecchio orologiaio con le sue pendole e i cucù. Le venditrici attendono i clienti su seggiole lillipuziane, senza blandirli, pigramente: se qualcuno vuol comprare comprerà, altrimenti pazienza. Una comprensibile forma di fatalismo commerciale nella città in cui tutto si mescola con tutto, negozi che offrono solo manichini e modelli Fiat mai visti, tipo la "Siena".
Al mercato coperto di Belo Horizonte c'è uno spazio grande e rumoroso, che attira le persone col richiamo di versi animali. Prima si incontrano le gabbie dei cagnolini addormentati, poi le terribili prigioni dei tacchini, delle galline e dei galli stretti tra le sbarre. Infine, la teoria lunghissima delle gabbie dei pappagallini. Sono bestiole minuscole, frenetiche e multicolori. Si beccano tra loro e beccano le sbarre, mulinando nel movimento le loro penne rosse, verdi, gialle, blu: è una scena tragica, tremenda. Stanotte bisogna tornare e aprire le gabbie. Quelle povere bestie raccontano con il loro inutile piccolissimo stridore la pena di ogni prigionia, di ogni libertà negata.