Ieri sera è crollato anche l'ultimo baluardo della sportività e del fair play. Quando un allenatore come Arsene Wenger, uomo di stile, si appiglia all'espulsione di Van Persie per giustificare una sconfitta meritata come quella contro il Barcellona vuol dire che non esiste più un limite. E' triste vedere come un'usanza che attribuiscono sempre a noi italiani, quella di cercare scuse e di scaricare colpe sull'arbitraggio, sembri aver conquistato anche gli inglesi. Per magia è come se l'avversario non contasse, non esistesse e non fosse il Barcellona. Bastava riconoscere che la squadra di Guardiola ha giocato un calcio d'attacco quasi perfetto, fatto di possesso palla continuo, pressing costante a spezzare il gioco e verticalizzazioni asfissianti. L'Arsenal invece non è riuscito ad impostare un'azione degna di questo nome con tre passaggi di fila, niente, solo qualche calcio d'angolo e poco altro. Questo perché il calcio offensivo degli spagnoli si è rivelato anche un'arma difensiva efficacissima resa possibile da una rosa di giocatori di livello assoluto e che si conoscono a memoria. Poco c'entra la pur discutibile espulsione di Van Persie, che ha rimediato il secondo giallo per aver proseguito un'azione dopo il fischio dell'arbitro. Nel calcio accade con buona frequenza che una squadra in dieci uomini riesca comunque a fare risultato. L'inferiorità numerica non aiuta ma di certo non uccide la partita e non rende "killer" un arbitro, come lo ha definito Wenger a fine partita. L'Arsenal adora la manovra e al Camp Nou era una squadra snaturata, chiusa in difesa e pronta a colpire in contropiede. E'andata male perché contro avevano la più forte squadra del mondo, bastava dire questo e sarebbe stata una figura diversa.