La prima giornata di Serie A non si è giocata. Si cerca un accordo per evitare lo sciopero ad oltranza. Ma di chi è la colpa? Io la mia idea me la sono fatta.
Uno dei motivi che mi hanno spinto a prendere una posizione è la poca chiarezza sul famoso contributo di solidarietà. E' interessante la storia di come nasce tutto l'equivoco. Sullo sfondo un protagonista, Adriano Galliani. E' evidente come l'aministratore delegato del Milan abbia rapporti strettissimi con chi decide la manovra finanziaria in Italia. Il problema nasce anni fa, quando il triumvirato al potere in Italia (Berlusconi-Bossi-Fini) pensava davvero di riuscire ad abbassare le tasse, alcune società (leggi Milan, ma non solo) decisero di inserire nei contratti offerti ai propri calciatori la cifra relativa allo stipendio al netto. Perché questo? Così, in caso di una effettiva diminuzione delle imposte, queste società (che con il contratto al netto si accollano le imposte, ndr) avrebbero avuto un grosso risparmio. Una furbata bella e buona.
Peccato però che nel frattempo Berlusconi e Bossi (nel frattempo Fini ha pensato bene di abbandonare) siano riusciti nell'obiettivo opposto: le tasse sono aumentate, non diminuite. E qui entra il contributo di solidarietà. Per i calciatori retribuiti al lordo, poco cambia per le società: il pagamento spetta al calciatore. Ma per chi è retribuito al netto, come tanti big, sorgono dubbi. Le società potrebbero comunque far pagare il contributo ai calciatori, che però in seguito potrebbero fare ricorso. E in questo caso ballerebbero milioni di euro. Che succede allora? Che le società 'furbette', invece che risparmiare centinaia di migliaia di euro, potrebbero invece essere costrette a pagarle. Per i presidenti occorre dunque trovare una soluzione che impedisca quest'eventualità. Ecco l'idea: sfruttare i problemi con l'Aic e scaricare così la colpa sui calciatori, quegli "spregiudicati e bastardi" che guadagnano milioni di euro solo per dare due calci al pallone. La colpa è di quei "cattivi" dei calciatori.
E' questa l'assurdità. Non è lo sciopero dei calciatori, che hanno l'unica colpa di difendere la propria categoria. E' la Lega che non vuole firmare, e lo fa esclusivamente per interessi economici. Una Lega il cui presidente non è uomo di sport. Anzi, uno che ha detto testualmente che a lui l'aspetto sportivo non interessa. Che il suo compito è gestionale e senza responsabilità, dato che questa ricade sull'assemblea dei presidenti. Beretta, che da otto mesi ha annunciato le sue dimissioni dall'incarico per ricoprirne un altro in un istituto bancario, ma che ancora sta là. Con una maggiore dignità non occuperebbe più quella carica.
La Lega non aveva alcun interesse alla firma del contratto collettivo, sia chiaro. Con queste norme i club non firmeranno mai, ma è facile far passare per cattivi i calciatori. Altra stranezza? In tutti gli sport esiste un accordo tra società e "dipendenti": nel rugby, nel basket. Perché in Serie A non si può?
Uno dei motivi che mi hanno spinto a prendere una posizione è la poca chiarezza sul famoso contributo di solidarietà. E' interessante la storia di come nasce tutto l'equivoco. Sullo sfondo un protagonista, Adriano Galliani. E' evidente come l'aministratore delegato del Milan abbia rapporti strettissimi con chi decide la manovra finanziaria in Italia. Il problema nasce anni fa, quando il triumvirato al potere in Italia (Berlusconi-Bossi-Fini) pensava davvero di riuscire ad abbassare le tasse, alcune società (leggi Milan, ma non solo) decisero di inserire nei contratti offerti ai propri calciatori la cifra relativa allo stipendio al netto. Perché questo? Così, in caso di una effettiva diminuzione delle imposte, queste società (che con il contratto al netto si accollano le imposte, ndr) avrebbero avuto un grosso risparmio. Una furbata bella e buona.
Peccato però che nel frattempo Berlusconi e Bossi (nel frattempo Fini ha pensato bene di abbandonare) siano riusciti nell'obiettivo opposto: le tasse sono aumentate, non diminuite. E qui entra il contributo di solidarietà. Per i calciatori retribuiti al lordo, poco cambia per le società: il pagamento spetta al calciatore. Ma per chi è retribuito al netto, come tanti big, sorgono dubbi. Le società potrebbero comunque far pagare il contributo ai calciatori, che però in seguito potrebbero fare ricorso. E in questo caso ballerebbero milioni di euro. Che succede allora? Che le società 'furbette', invece che risparmiare centinaia di migliaia di euro, potrebbero invece essere costrette a pagarle. Per i presidenti occorre dunque trovare una soluzione che impedisca quest'eventualità. Ecco l'idea: sfruttare i problemi con l'Aic e scaricare così la colpa sui calciatori, quegli "spregiudicati e bastardi" che guadagnano milioni di euro solo per dare due calci al pallone. La colpa è di quei "cattivi" dei calciatori.
E' questa l'assurdità. Non è lo sciopero dei calciatori, che hanno l'unica colpa di difendere la propria categoria. E' la Lega che non vuole firmare, e lo fa esclusivamente per interessi economici. Una Lega il cui presidente non è uomo di sport. Anzi, uno che ha detto testualmente che a lui l'aspetto sportivo non interessa. Che il suo compito è gestionale e senza responsabilità, dato che questa ricade sull'assemblea dei presidenti. Beretta, che da otto mesi ha annunciato le sue dimissioni dall'incarico per ricoprirne un altro in un istituto bancario, ma che ancora sta là. Con una maggiore dignità non occuperebbe più quella carica.
La Lega non aveva alcun interesse alla firma del contratto collettivo, sia chiaro. Con queste norme i club non firmeranno mai, ma è facile far passare per cattivi i calciatori. Altra stranezza? In tutti gli sport esiste un accordo tra società e "dipendenti": nel rugby, nel basket. Perché in Serie A non si può?