Se fossi al posto di Pioli e Allegri, me ne andrei un minuto prima della fine del campionato. Lo farei come gesto forte verso un mondo del calcio, tifosi compresi, che dimentica tutto in fretta. Dimentica che a Pioli hanno cambiato 12 giocatori e che Allegri è stato costretto a fare tutti i mestieri, chiamato a gestire situazioni impensabili.
La filosofia del fondo è il guadagno
Nel dettaglio, penso che al Milan, qualunque allenatore arrivi, sarà condizionato dalla filosofia della proprietà: riportare il club al Milan a fare soldi. I fondi del resto sono organizzazioni che devono investire, ma anche dare utili agli investitori. Ma essere redditizi economicamente, da che mondo è mondo, non sempre va a braccetto con i risultati. Lo sport è soprattutto passione (per carità, giusto anche l’impegno economico) ma le persone non sono bulloni o paraurti…
Se fai come il City poi devi giocare bene…
Anche alla Juve il proprietario vorrebbe fidarsi più del progetto tecnico che dei soldi, anche perché i quattrini li deve mettere lui. E allora si affida alla competenza, alla passione di un gruppo di uomini vincenti. Fare un bel campionato sarebbe già importante perché rappresenterebbe il viatico per costruire. Altrimenti fai come il Manchester City, ti compri i più forti però poi imponi di farli giocare bene. Perché in grandi centri dello sport si è attenti anche a come si vince. Vedere Barcellona, Manchester, Monaco di Baviera, Liverpool, Londra con l’Arsenal, che offrono uno spettacolo importante, per gente attenta alla qualità.
La verità sulla famosa frase di Boniperti
A tal proposito, vorrei chiarire uno storico travisamento della frase di Boniperti: «Vincere non è importante, è l'unica cosa che conta». La disse davanti a me, spiegandomela anche. Voleva dire che a lui non interessava che i giocatori andassero a cena insieme o diventassero amici, ma che si compattassero in campo facendo tutto quello che era necessario per vincere. Non era insomma una frase nemica della sportività, ma è stata strumentalizzata dai nemici e, purtroppo, ora anche dagli amici della Juve, scontenti per il terzo posto.
Alla Juve ci pensa Giuntoli. Ma al Milan Ibra è la stessa cosa?
Comunque, se vincere comporta il cambio allenatori bisogna fare delle considerazioni. Se il Milan prende Conte, allora sarebbe una bella scommessa al rialzo. Ma se va con Lopetegui o van Bommel… Ma poi chi è che sceglie? Alla Juve ci pensa Giuntoli. Il club bianconero ha sempre avuto un punto di riferimento: Boniperti, Moggi, Marotta, Paratici. Al Milan cera Maldini, ora c’è Ibrahimovic che però mi sembra miri a qualcosa di più, tipo uomo della società. E’ stato un grande giocatore, ma non è detto che sappia o voglia fare un mestiere che implica più lo scendere ad un livello di quotidianità dei calciatori che andare verso l’alto. E restando al tema allenatori, sento girare molto il nome di Thiago Motta. Se fossi in lui resterei almeno un altro anno a Bologna, anche per un debito di riconoscenza verso la città. Un po’ come ha fatto Xabi Alonso, che corteggiato da mezza Europa è rimasto a Leverkusen.
Milan e Juve devono ritrovare italianità
Altro problema. Juve e Milan hanno perso italianità. La maggioranza dello spogliatoio deve essere italiana, si capiscono di più i problemi: se parli portoghese, inglese, spagnolo e magari ci metti pure l’allenatore straniero, andiamo male. L’Inter da questo punto di vista è tornata indietro, e ora sembra la Juve di 10 anni fa, che aveva la struttura della nazionale e lo spogliatoio pieno di campioni italiani.
L’arte del dribbling contro la noia dello 0-0
Introduco anche il tema del dribbling. L’Italia è piena di squadre che sono bravissime a stare dietro la linea della palla, anche perché tatticamente è più facile per preparare una partita. Per lo spettacolo serve quindi l’antica arte del dribbling, che però è sempre più difficile: perché perdere palla è un delitto capitale, tra mugugni e polemiche. Ma se non tenti di fare un dribbling e fai solo passaggi orizzontali, le partite sono una schifezza. Napoli-Roma non è stata di livello tecnico eccelso, ma le squadre hanno proposto idee, i giocatori di tecnica hanno provato la giocata ed alla fine il pubblico si è divertito. Quindi a chi dice che la partita perfetta è quella che finisce 0 a 0 (e lo hanno detto anche illustri tecnici del passato), gli faccio una pernacchia e lo invito ad andare a giocare a calcetto. Tutti dietro la linea della palla in attesa che succeda qualcosa.