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C’è un momento preciso in cui si decide il futuro emotivo di un bambino. Non quando gli insegniamo a parlare, a camminare o a scrivere il suo nome. Ma quando piange, si arrabbia, si dispera e noi, invece di accogliere quella tempesta emotiva, di aiutarlo a darle un nome, gli mettiamo in mano uno schermo. O gli diciamo di smetterla. O gli promettiamo un premio, purché la smetta.

Sembra un gesto innocuo, persino necessario. Lui si calma, noi tiriamo un sospiro di sollievo. Ma dentro quell’istant…