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I telomeri sono i “cappucci” che proteggono i nostri cromosomi e si accorciano con l’età. Secondo alcuni, gli alimenti che mangiamo – se provocano o spengono l’infiammazione – potrebbero accelerare o rallentare questo processo.

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La lunghezza telomerica (TL) è oggi uno dei biomarcatori più gettonati dell’età biologica: quando l’estremità dei cromosomi si riduce oltre una soglia critica, le cellule entrano in senescenza o vanno incontro ad apoptosi, favorendo il declino tissutale tipico dell’invecchiamento. L’infiammazione cronica di basso grado – la cosiddetta “inflamm-aging” -e lo stress ossidativo accelerano questo logoramento, mentre la telomerasi cerca di ripararlo, con efficacia variabile. Da qui l’intuizione: se la dieta modula l’infiammazione, potrebbe anche influire sulla TL.

L’Indice Infiammatorio della Dieta (DII) quantifica proprio il potenziale infiammatorio di ciò che mettiamo nel piatto: punteggi negativi indicano regimi anti-infiammatori (ricchi di fibre, polifenoli, acidi grassi mono- e poli-insaturi), punteggi positivi segnalano menu “pro-infiammatori” abbondanti in zuccheri aggiunti, grassi saturi e proteine animali lavorate. Nei nove studi passati in rassegna dal gruppo di Joice da Silva Castro — sette trasversali e due longitudinali — il range spaziava da –6,48 a +3,98. Peccato che nessun lavoro abbia considerato tutti i 45 nutrienti previsti dalla formula originale: in media ne venivano inclusi 28, con ovvie ripercussioni sulla sensibilità dello strumento. Solo tre team, inoltre, hanno corretto i dati per l’introito calorico totale, un passaggio cruciale perché chi mangia di più accumula sia calorie sia nutrienti (pro e contro l’infiammazione) in proporzioni diverse.

L’influenza di farmaci, attività fisica e sonno

E i risultati? Quattro studi — su adulti europei con vari profili di rischio cardiovascolare, su statunitensi sani e su anziani cinesi con lieve declino cognitivo — mostrano che a un DII più alto corrisponde una TL più corta. L’associazione scompare però in altri cinque indagini, spesso perché la finestra temporale (cross-sectional o follow-up di 5-10 anni) è troppo piccola per registrare variazioni significative nella lunghezza dei telomeri, che si accorciano nell’arco di decenni. A complicare il quadro intervengono errori di misurazione alimentare (questionari retrospettivi), differenze etniche/genetiche nella dinamica telomerica, farmaci (statine, antidiabetici) e comportamenti con effetto “telomero-protettivo” come attività fisica e sonno adeguato, non sempre ben controllati.

Sul piano biologico, però, il legame resta plausibile: cibi pro-infiammatori aumentano le citochine (IL-6, TNF-?), generano specie reattive dell’ossigeno e riducono la telomerasi, mentre gli alimenti ricchi di antiossidanti e fibre fanno l’opposto. Servono quindi trial di intervento più lunghi e sofisticati, idealmente con misure ripetute di DII, TL e attività telomerasica, per capire se un cambio alimentare possa effettivamente “guadagnare” anni di vita alle nostre cellule. Nel frattempo, adottare un pattern mediterraneo resta la strategia con il miglior rapporto rischio/beneficio: è la stessa dieta che riduce gli eventi cardiometabolici, migliora la composizione corporea e tutela il microbiota, con o senza prova definitiva sui telomeri.

Take home messages

1. Una dieta a basso DII sembra aiutare i telomeri in alcuni studi, ma le prove sono ancora frammentarie.

2. Spingere su alimenti anti-infiammatori (verdura, frutta, legumi, cereali integrali, olio EVO) resta una scelta a basso rischio e ad alto potenziale.

3. Occorrono ricerche più lunghe e complete per stabilire se cambiare dieta allunga davvero la “vita” delle nostre cellule.

Ref

https://link.springer.com/article/10.1007/s10522-025-10237-8

Aureliano Stingi, dottore in biologia molecolare, lavora nell'ambito dell'oncologia di precisione e longevità

Instagram: Aureliano _Stingi X: @AurelianoStingi