Social vietati ai ragazzi come in Australia? Ma i divieti da soli non bastano
di Giuseppe LaveniaSe li togliamo ai minori “perché fanno male”, dobbiamo ammettere che non sono sani nemmeno per noi adulti. Andrebbe dato il buon esempio con un patto fra genitori e figli
Da quando l’Australia ha deciso di vietare i social ai minori di 16 anni – con una legge che obbliga le piattaforme a chiudere o non aprire account agli under 6, pena sanzioni pesanti – la domanda che mi sento ripetere è sempre la stessa: “Professore, lei è favorevole? Lo vorrebbe anche in Italia?”. La risposta breve è: sì, il divieto ha senso. La risposta onesta è: da solo non basta. E se ci fermiamo lì, sbagliamo bersaglio. Il divieto è salute pubblica. Non è educazione. Il divieto dei minori sui social è, a tutti gli effetti, un atto di salute pubblica. Non è una carezza, non è una punizione, non è l’ennesima “guerra ai ragazzi”: è il riconoscimento che certi ambienti, usati troppo presto e senza tutele, possono fare male. I dati sui disturbi d’ansia, sul sonno, sull’immagine corporea, sulla dipendenza da schermo ce lo ripetono da anni.
La politica, stavolta, ha deciso di mettere un freno dove la sola responsabilità individuale non è più sufficiente. E proprio perché è una misura di salute pubblica, avrebbe senso dirlo chiaramente: se togliamo i social ai minori “perché fanno male”, allora dobbiamo avere il coraggio di ammettere che quei meccanismi non sono sani nemmeno per noi adulti. Applicarlo a tutti sarebbe il modo più semplice per dare davvero il buon esempio. Non succederà, lo sappiamo. Ma almeno smettiamo di fingere che il problema sia solo dei quindicenni. Il punto non è togliere un’App. È capire da cosa stanno scappando.
Capire le ragioni
C’è un equivoco che ci fa sentire tranquilli: pensare che la soluzione sia togliere un’App dal telefono. Il punto non è questo. Il punto è chiedersi perché milioni di adolescenti si rifugiano proprio lì dentro. Non entrano neii social: scappano dal mondo reale. Da famiglie iperconnesse e poco presenti. Da adulti che hanno sempre qualcosa da fare, ma quasi mai il tempo di ascoltare. Da scuole dove si misura tutto tranne la solitudine. I social offrono l’illusione di quello che noi non riusciamo più a dare con continuità: uno sguardo, una platea, un gruppo, una conferma, una carezza digitale. È un rifugio fragile, ma pur sempre un rifugio. Protegge, ma non cura. Se non ricostruiamo relazioni, educazione affettiva e presenza adulta, cambierà solo il luogo della fuga, non la fragilità che la genera. Tolto TikTok, arriverà qualcos’altro. Vietato Instagram, si sposteranno su altre piattaforme, magari meno visibili, meno regolamentate. Finché non guardiamo il dolore che c’è prima dello schermo, stiamo discutendo di contenitori, non di contenuti. Il sospiro di sollievo (pericoloso) dei genitori.
C’è una scena che vedo spesso, anche nei colloqui in studio: esce una nuova norma, un nuovo divieto, una nuova età minima, e molti genitori tirano un sospiro di sollievo. “Finalmente la colpa è delle piattaforme. Finalmente qualcuno interviene". È umano. È comprensibile. È anche pericoloso. Perché così il divieto diventa una scusa per non guardarci allo specchio. Ci illudiamo che siano stati gli algoritmi a “rovinare” i nostri figli, dimenticando che:
- siamo stati noi a consegnare il primo smartphone,
- siamo stati noi a lasciarli da soli di notte connessi a tutto,
- siamo stati noi a permettere che finissero in ambienti dove non erano pronti, non erano protetti, non dovevano essere messi. La legge può proteggere. Ma non può sostituire quello che fa, o non fa, un adulto.
Perché social sì e giochi online no?
C’è poi un’ipocrisia che fatico a non chiamare col suo nome. Perché ci siamo accaniti tanto sui social e lasciamo completamente liberi i giochi online? In Australia, per esempio, la nuova cornice normativa colpisce i social, ma esclude esplicitamente i giochi online dalla definizione di piattaforme da sottoporre al limite di età . Tradotto: i social diventano il nemico pubblico, mentre altri ambienti digitali, altrettanto pervasivi, restano sostanzialmente fuori dal mirino. Perché vietiamo un’App, ma permettiamo bambini di 10, 11, 12 anni di trascorrere ore in luoghi digitali che hanno algoritmi altrettanto potenti, altrettanto assuefacenti, altrettanto costruiti per non farti staccare? Se i social “fanno male”, allora dobbiamo parlare anche di quei giochi online in cui:
- un algoritmo valuta ogni mossa,
- decide quanto farti vincere, quanto farti perdere,
- calibra frustrazione e gratificazione per tenerti dentro il più a lungo possibile.
Cambiano le icone sullo schermo
Non cambia la logica: resta connesso, resta qui, resta con me. E quello che succede in certi gruppi Telegram o WhatsApp, non è un problema? Poi c’è la parte di cui quasi nessuno parla in pubblico, ma che nei corridoi e nelle chat dei genitori conoscono benissimo. Perché quello che circola in alcuni gruppi Telegram o WhatsApp non viene trattato come un’emergenza? Ci indigniamo per un video su TikTok, ma facciamo finta di non sapere cosa passa in certi canali chiusi: contenuti di violenza, sfide estreme, materiale sessuale condiviso senza consenso, frammenti di vita di minori che non avrebbero mai dovuto uscire dalle chat private, umiliazioni che diventano virali nel silenzio generale. Là dentro non c’è solo “contenuto discutibile”.
C’è un lezzo vero, un odore di disumanità che cresce proprio dove non ci sono regole, non ci sono età minime, non c’è responsabilità. Ci concentriamo sul “social di moda” perché è visibile, misurabile, facilmente attaccabile. Intanto i sotterranei del digitale – gruppi chiusi, canali anonimi, chat parallele – continuano a fare quello che vogliono, con chi vogliono, spesso sui più fragili. Se davvero vogliamo parlare di salute pubblica, non possiamo limitarci alla vetrina. Bisogna avere il coraggio di scendere anche dove l’aria puzza, non solo dove fa comodo mettere una bandiera politica. Dal divieto al patentino digitale: un patto obbligatorio, non una scelta opzionale Per questo, pur ritenendo il divieto ai minori una misura sensata, credo che la risposta più logica e onesta sia un’altra: un patentino digitale obbligatorio per chi entra nei social e nei giochi online. Obbligatorio per il ragazzo. Obbligatorio per il genitore o il tutore che lo autorizza. Non un quiz di dieci domande da fare in fretta, ma un percorso minimo strutturato, che spieghi:
- come funzionano davvero i social e i giochi online;
- cosa fanno al cervello i sistemi di ricompensa continua;
- che cos’è un algoritmo e perché non è “neutro”;
- quali rischi reali esistono (dipendenza, isolamento, adescamento, revenge porn, challenge estreme, distorsione dell’immagine di sé);
- quali regole minime di igiene digitale vanno rispettate in casa.
Un patto di responsabilità fra genitori e figli
Alla fine, un patto di responsabilità firmato: genitore e figlio insieme. Il genitore smette di essere solo “chi dice sì o no” e diventa corresponsabile dello spazio in cui fa entrare il figlio. Il ragazzo non è più un utente inconsapevole, ma qualcuno a cui è stato spiegato cosa comporta stare in una piazza digitale. Questo, per me, sarebbe un vero atto di salute pubblica: non solo chiudere porte, ma insegnare a usare le chiavi. Chiudiamo i social ai ragazzi? Bene. Ha senso, se serve a guadagnare tempo e a ridurre i danni. Ma se non apriamo gli occhi sugli adulti, sui giochi online, sui sotterranei del digitale, sull’odore che arriva da certi spazi dove nessuno vuole guardare, allora il divieto sarà solo una toppa su una diga che perde. Un adolescente non scappa da un’App. Scappa da un mondo in cui non si sente visto, ascoltato, protetto. Il compito degli adulti è tornare a essere quel luogo sicuro. Il resto, leggi, divieti, piattaforme,viene dopo. Sempre.
Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te”, docente di Psicologia delle Dipendenze Tecnologiche Università E-Campus e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche