Cosa spiega ai ragazzi il film ‘Il maestro’ sulla paura di fallire
di Valentina ArcovioOggi i giovani si demoralizzano anche per un solo esame andato male. Eppure perdere significa crescere, come racconta
Fallire significa crescere: imparare a perdere, a cadere e a rialzarsi. È questo uno dei messaggi chiavi che emerge dal film: “Il Maestro” di Andrea Di Stefano, con Pierfrancesco Favino, una pellicola che celebra i mentori imperfetti. “Il Maestro” è ambientato nell’estate del 1989: Raul Gatti, interpretato da Favino, ex tennista dall’anima fragile e dal passato doloroso, incontra Felice, un tredicenne che il padre vorrebbe trasformare in un campione. Gatti è un maestro bislacco, senza schemi, che colleziona sconfitte insieme al suo allievo, ma proprio attraverso il fallimento insegna al ragazzo che perdere non è drammatico. Che crescere significa, prima di tutto, accettare la propria fragilità. Una lezione che, in un’epoca dominata dall’imperativo del successo, dove i social alimentano un narcisismo senza sosta, non può essere data per scontata. E che gli stessi genitori non hanno ben compreso.
Didattica del fallimento
Secondo Matteo Lancini, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e docente di psicologia all’Università Bicocca di Milano e all’Università Cattolica, il primo errore è pensare che il fallimento si possa “insegnare” come una materia scolastica. “Il problema del fallimento è che non si può insegnare”, spiegare. “Oggi qualsiasi cosa intendiamo come relazione è diventata una sorta di didattica. Insegnare a fallire - continua - non si può; si può solo stare nella relazione quando arrivano le emozioni negative”. Il punto centrale non è dunque spiegare a un bambino che “il fallimento fa parte della vita” con una lezione teorica, ma avere il coraggio di accogliere la sua tristezza, la sua rabbia o la sua vergogna senza tentare di cancellarle subito.
Le emozioni
Lancini, che su questi temi ha da poco pubblicato il libro Chiamami adulto (ed.Raffaello Cortina), è netto: gli adulti di oggi sono troppo fragili per sopportare il dolore dei figli. “Le emozioni negative sono le grandi rimosse dalla società”, dice. “Gli adulti chiamano ‘educazione’ quella che in realtà è una rimozione delle emozioni che li disturbano”, aggiunge. Se un bambino ha paura di un cane, il genitore tende a dire: “Non aver paura, è buono”. In quel momento, secondo Lancini, il genitore sta delegittimando l’emozione del figlio per sentirsi a posto con sè stesso. “Educare al fallimento significa sintonizzarsi su quel figlio unico, accogliere la fragilità umana e saper stare in silenzio nelle emozioni più sconvenienti”, dice lo psicologo. Se non lo facciamo, il rischio è lasciare un vuoto identitario che nei ragazzi esplode in ansia generalizzata, ritiro sociale o gesti violenti.
Il senso del limite
Se Lancini punta il dito sulla “rimozione” delle emozioni, Anna Maria Nicolò, neuropsichiatra infantile, past president della Società Psicoanalitica Italiana e dell’International Psychoanalytical Association, si sofferma sul concetto di onnipotenza.
“La nostra cultura attuale non aiuta ad accettare il fallimento, ma sollecita una fantasia di onnipotenza: l’idea che si possa tutto”, spiega Nicolò. Questa illusione si riflette ovunque: nel desiderio di restare immortali, di cambiare continuamente il proprio corpo o di cancellare ogni segno del tempo. “In questa dimensione, il fallimento si carica di vergogna e diventa un attacco al sé”, specifica la neuropsichiatra che ha appena pubblicato Gli inconsci che ci abitano. Psicoanalisi dei legami familiari e di coppia (Raffaello Cortina).
Educare al fallimento significa, in realtà, educare ai limiti della realtà. Nicolò sottolinea l’importanza del “senso del limite” come frontiera che ci permette di capire chi siamo davvero. “Il limite ci aiuta nella vita”, dice. “Se una persona si sente onnipotente, finisce per essere impotente. Non c’è successo che si possa apprezzare se non arriva dopo qualche fatica”, aggiunge. Un esempio lampante è l’abuso della chirurgia estetica tra i giovanissimi o la fuga nei social: “Nella fantasia dei social - dice Nicolò - tutto è possibile, nel corpo reale no. Il corpo è la nostra realtà, il nostro limite. Negarlo significa fuggire in un’identità fittizia”.
Il ruolo della scuola
E la scuola? Un tempo era il luogo della prima, vera “frustrazione” strutturata. Oggi, secondo Nicolò, anche nell’istituzione scolastica si tende a proteggere troppo gli studenti. “La scuola di una volta funzionava con una delimitazione precisa”, dice. “A volte un ragazzo bocciato poteva guadagnare maturazione da quella frustrazione e ripartire”, aggiunge. Il vero obiettivo educativo non è l’assenza di sconfitte, ma la resilienza.
“Educare al fallimento significa educare alla ripartenza”, prosegue la psicoanalista. “Bisogna riflettere su cosa ci ha fatto fallire per potersi correggere. Mettere come voto un 10 a tutti è un’assurdità: il bambino deve sentire che se non ha studiato ha di meno. Se li preserviamo troppo, li danneggiamo”, aggiunge.
Crescere, ma veramente
Il compito della scuola e del genitore, secondo gli esperti, non è quello di spianare ogni strada, eliminando ogni sasso, ma quello di sedersi accanto al proprio figlio su quel sasso quando inciampa. Invece di cercare di trasformare ogni bambino in un “vincente” a tutti i costi – proiezione spesso dei nostri fallimenti non elaborati – potremmo provare, come suggerisce Lancini, a “non fare niente”. “O meglio, a stare fermi nella relazione, accettando che i figli sono diversi da noi e che la loro tristezza non è un nostro fallimento come genitori, ma il loro primo passo verso una maturità autentica”, conclude lo psicologo.