Mascolinità tossica: gli otto segnali di rischio
di Elisa ManacordaUn gruppo di ricerca neozelandese ha esaminato otto indicatori di mascolinità problematica. Ecco quali sono
“Gli uomini devono amare e proteggere le donne”. In questa frase, apparentemente positiva, si nasconde invece del “sessismo benevolente”, una forma più sottile ma non per questo meno pericolosa di mascolinità tossica. Si tratta di quell’insieme di aspettative sociali e di comportamenti dannosi radicati in stereotipi patriarcali, che associano la virilità alla forza bruta e al controllo. Un concetto da tempo al centro del dibattito pubblico, soprattutto in Occidente, i cui confini sono però labili e variabili. E che oggi la scienza sta cercando di misurare in modo più concreto, come ha appena fatto un gruppo di ricerca neozelandese guidato da Deborah Hill Cone dell’Università di Aukland e pubblicato su Psychology of Men & Masculinities.
Aggressivi e dominatori
Hill Cone non è la prima a cercare di definire più precisamente la mascolinità tossica. L’espressione – sottolinea la rivista Nature, che ha dedicato un lungo articolo al tema – risale agli anni '80 ed esprime l'idea che alcuni dei tratti considerati stereotipicamente "maschili", come l'aggressività o la volontà di dominio, possano avere un impatto sociale dannoso. Il concetto ha una sua utilità perché ha mostrato come queste aspettative possano invece contribuire alla depressione negli uomini che non si sentono all’altezza, e ha indicato loro la strada per riconoscere l’importanza delle emozioni. D’altra parte un uso superficiale di questa espressione potrebbe insinuare che tutti i tratti maschili siano negativi o che tutti gli uomini siano tossici.
Un utile strumento di misurazione
Per definire meglio questo concetto, nel 2024 un gruppo di ricercatori della Oregon State University aveva sviluppato e validato uno strumento per misurare la mascolinità tossica negli studenti universitari bianchi americani, la Toxic Masculinity Scale (TMS) a 28 elementi. Questi sono organizzati in quattro domini principali: la superiorità maschile, che riguarda le credenze sulla supremazia degli uomini sulle donne, la rigidità di genere, che comporta una visione cristallizzata sui ruoli tradizionali per ciascun sesso, la restrizione emotiva secondo cui mostrare emozioni sia segno di debolezza, e la sofferenza repressa, cioè la tendenza a ignorare dolore fisico e problemi di salute.
Secondo gli studiosi, questa scala avrebbe una buona coerenza interna e correlazioni positive con gli altri strumenti che misurano la conformità alle norme maschili tradizionali (e correlazioni negative con gli atteggiamenti femministi liberali). Eppure questo studio presenta dei limiti: il campione sul quale è stato validato questo strumento è troppo omogeneo e ridotto – nella prima fase circa 700 partecipanti, scesi a poco più di 400 per la validazione. Per questo Hill Cone ha pensato di considerare un campione molto più vasto: 15.800 uomini eterosessuali neozelandesi di età compresa tra 18 e 99 anni, utilizzando i dati del New Zealand Attitudes and Values Study.
Otto indicatori di rischio
Il gruppo di ricerca ha esaminato otto indicatori di mascolinità problematica. Il primo è definito come “centralità dell'identità di genere”, e misura quanto il fatto di essere uomo sia fondamentale per l’identità personale: una forte identificazione con la virilità, dicono i ricercatori, può essere collegata alla mascolinità tossica, soprattutto quando è accompagnata da un’adesione rigida alle norme maschili tradizionali e dal rifiuto di comportamenti considerati femminili. Il secondo riguarda l’omofobia, ovvero il “pregiudizio sessuale” con atteggiamenti negativi verso persone non eterosessuali, che secondo i ricercatori è uno degli elementi centrali della mascolinità tossica.
Il terzo elemento viene definito “sgradevolezza” e consiste in un basso livello di cooperazione ed empatia, con caratteristiche di aggressività. Si parla poi di “narcisismo”, un tratto di personalità caratterizzato da un’elevata importanza attribuita a sé stessi e dalla convinzione di meritare trattamenti speciali. Segue il “sessismo ostile”, ovvero gli atteggiamenti apertamente misogini, e il “sessismo benevolo”, una forma più sottile di mascolinità tossica perché sembra positiva ma in realtà rafforza stereotipi e ruoli tradizionali femminili.
Il settimo indicatore è rappresentato dall’opposizione alla prevenzione della violenza domestica, attribuendo la responsabilità alle vittime. Infine si parla di “orientamento alla dominanza sociale”, che misura la preferenza verso la disuguaglianza tra gruppi (sociale, economica, di genere). È più elevata negli uomini ed aumenta quando la mascolinità si sente minacciata.
Dagli atossici agli ostili
Utilizzando analisi statistiche complesse, il gruppo di Hill Cone ha così identificato cinque gruppi di uomini. Gli "atossici", che hanno punteggi bassi su tutti gli otto indicatori, rappresentano per fortuna il gruppo più numeroso (35,4% del campione esaminato). Seguono due gruppi intermedi, che insieme compongono oltre la metà del campione (53,8), con valori bassi o moderati sugli indicatori. Più preoccupanti sono invece i “tossici benevoli” (7,6%), con alti livelli di sessismo benevolo e pregiudizio sessuale, visioni paternalistiche e apparentemente positive ma in realtà restrittive verso le donne, e più ancora i “tossici ostili" (3,2%), il gruppo più piccolo ma con i punteggi più alti sulla maggior parte degli indicatori problematici: gli uomini di questa categoria presentano elevata sgradevolezza, sessismo ostile, narcisismo e orientamento alla dominanza sociale. Sono per lo più anziani, single, disoccupati, religiosi o appartenenti a una minoranza etnica, oppure molto conservatori, con basso livello di istruzione o socio-economico.
Uno sguardo alla realtà italiana
“La mascolinità tossica è una realtà ben presente nella realtà italiana, forse in percentuali maggiori di quelle rinvenute nello studio neozelandese”, commenta Stefano Eleuteri, ricercatore in psicologia clinica all’Universitas Mercatorum e membro del gruppo di studio in Psicologia della sessualità e affettività dell’Ordine degli Psicologi del Lazio. A differenza del paese australe, l’Italia è un paese anziano e con forti radici religiose, due fattori che come sottolinea anche lo studio sono da sempre connessi in vario modo ad atteggiamenti sessisti e patriarcali.
La cosa preoccupante, continua Eleuteri, è che nella pratica clinica incontriamo sempre più giovani che presentano uno o più tratti di mascolinità tossica. Soprattutto nella sfera sessuale: lo stereotipo vuole l’uomo sempre pronto al rapporto, e questo comporta una difficoltà di riconoscimento e gestione delle disfunzioni sessuali, dai problemi di erezione al calo del desiderio. Anche la rigidità nella divisione dei sessi e dell’orientamento sessuale, che non riconosce le infinite sfumature e sfocia nell’omofobia, è un tratto frequente. Così come l’incapacità di affrontare i rifiuti della partner, con reazioni violente da cronaca nera.
Per questo da tempo gli esperti sollecitano l’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. “Solo aiutando i giovani uomini a non sentirsi minacciati dai cambiamenti del ruolo femminile possiamo aspettarci un cambiamento nella cultura patriarcale di questo paese e una riduzione negli atteggiamenti di mascolinità tossica nelle nuove generazioni”, dice Eleuteri. Ma l’orientamento delle nostre istituzioni sembra oggi andare in direzione opposta.
I limiti del campione
I risultati dello studio di Hill Cone hanno anche un risvolto positivo, e contrastano con la narrazione secondo cui la virilità è intrinsecamente dannosa. I dati dicono infatti che la stragrande maggioranza degli uomini (circa il 90%) non presenta profili di mascolinità tossica grave. Solo il 10% rientra nelle categorie problematiche ("tossici benevoli" e "tossici ostili"), mostrando che gli atteggiamenti distruttivi sono l'eccezione, non la norma. Almeno, concludono i ricercatori, nella popolazione esaminata. Che infatti non sembra essere particolarmente rappresentativa della vita reale.
Lo studio – scrive Hill Cone - si è concentrato solo su uomini eterosessuali cisgender in un paese, la Nuova Zelanda, che fa parte di un contesto occidentale, istruito, democratico. Risultati che potrebbero non essere generalizzabili ad altri gruppi o contesti culturali.