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“Ritorno al futuro. Il potenziale terapeutico delle sostanze psichedeliche”, titolava già nel 2021 il New England Journal of Medicine un editoriale che evidenziava come, dopo decenni di stigma e restrizioni legali, la ricerca scientifica stesse riscoprendo il potenziale di sostanze psicoattive come la psilocibina, l'LSD e l'MDMA. Grazie ai risultati di un crescente numero di sperimentazioni controllate, queste sostanze hanno ormai acquisito rilevanza clinica in psichiatria, in particolare nel trattamento di depressione e disturbo post-traumatico da stress, per il quale non ci sono trattamenti farmacologici efficaci.

Finalmente, anche in Italia

Grazie agli studi di coraggiosi e tenaci pionieri, britannici e canadesi, si è potuto anche nel nostro paese “creare un clima culturale che guarda con meno pregiudizi all'utilizzo delle cosiddette sostanze allucinogene” spiega Claudio Mencacci, psichiatra, co-presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia Sinpf, riunita a congresso a Milano. Qui, interverrà anche Giovanni Martinotti, direttore della Clinica Psichiatrica dell’Università di Chieti, responsabile del primo studio italiano sulla psilocibina nella depressione resistente autorizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco Aifa e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, con il contributo del Dipartimento di neuroscienze, imaging e scienze cliniche dell’Università di Chieti, in collaborazione con la Asl Roma 5 e l’Azienda ospedaliero universitaria Ospedali Riuniti di Foggia. “Potremmo essere di fronte a un cambio di paradigma nella psichiatria moderna” assicurano dalla Sinpf.

Stop ai pregiudizi

Insomma, anche l’Italia si muove per trovare soluzioni terapeutiche con nuovi meccanismi di funzionamento. Ciononostante “resta sempre una specifica attenzione perché ci si porta dietro l’idea del viaggio psichedelico e l’impatto culturale è ancora notevole ma, d’altra parte, è proprio la comprensione del meccanismo psichedelico che ci sta permettendo di valutare l'efficacia di queste sostanze sui disturbi depressivi e ansiosi e di individuare in maniera il più attenta possibile il miglior dosaggio” spiega Mencacci.

Quanto all’arrivo sul mercato, “c’è ancora da attendere. In Canada, questi farmaci ci sono già. Gli studi condotti nel Regno Unito potrebbero spianare la strada all’arrivo sul mercato anche da noi. È fondamentale capire che posso davvero cambiare la traiettoria della malattia e che sto investendo sul futuro dei pazienti, la sfida è culturale, la ricerca è necessaria”.

Un esempio su tutti: l’eschetamina, un derivato della ketamina, da quattro anni è già ampiamente utilizzata per la depressione resistente.

Il microdosaggio

Niente paura. Nessuna allucinazione. “Le quantità per uso clinico sono un decimo o un ventesimo delle dosi ricreazionali delle sostanze psichedeliche” puntualizza Mencacci. “L’assunzione di dosi sub-percettive, il cosiddetto microdosing, ha dimostrato una specifica efficacia di queste sostanze in alcune aree, come l’ansia, la depressione e il disturbo post-traumatico da stress favorendo la crescita di spine dendritiche, i mattoni neurali dell'apprendimento e della memoria, e migliorando la connettività sinaptica”.

Ristrutturare i circuiti cerebrali

Studi in vivo e, sull’uomo, lavori di neuroimaging indicano il coinvolgimento delle aree di default, il cosiddetto “Default Mode Network” o DMN, rete neurale che comprende la corteccia prefrontale mediale, la corteccia cingolata posteriore e le cortecce infero-parietale e temporale. Il DMN è associato alla riflessione e all’introspezione ed è attivo quando non siamo concentrati su specifica attività ma lasciamo andare la mente. I pensieri ossessivamente negativi, come le ruminazioni tipiche della depressione, sono dovuti a un’attività eccessiva di questa rete e le sostanze psichedeliche la silenziano, aiutando il paziente a liberarsene.

“Questa ristrutturazione dei circuiti cerebrali scardina la rigidità del pensiero e apre la possibilità del cambiamento rispetto a quei percorsi e schemi mentali rigidi che imbrigliano i pazienti” spiega Mencacci. In altre parole, queste sostanze migliorano la neuroplasticità, potenziando la capacità del cervello di formare e riprogrammare le connessioni neurali.

Tutto ciò è in linea con quanto la psichiatria sa da tempo. Ad esempio, che nel valutare la vulnerabilità a un disturbo o le possibilità di intervento, a contare è “anche la struttura del pensiero del singolo individuo, soprattutto la rigidità del pensiero, che può dare origine a quella che chiamiamo genericamente difficoltà di adattamento”. Serve flessibilità di pensiero, si punta sulla plasticità neurale.

Mindfulness

Questo risultato può essere amplificato anche attraverso altre esperienze, come la meditazione: “La meditazione mindfulness stimola queste reti rilevanti e scuote a suo modo la conformazione dei pensieri, aiutando nell’attivazione di nuovi percorsi neurali. Si va quindi verso la personalizzazione della cura, suggerendo anche questa esperienza, per far sì che il soggetto, aiutato dalla farmacologia psichedelica ma non solo, acquisisca modalità differenti più flessibile di pensare”.