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Virus nipah, allerta in Asia: quali sono i rischi per l’Europa

Controlli sanitari rafforzati in Thailandia dovuti ai casui di virus Nipah - Credit Suvarnabhumi Airport Office 

Il virus è stato inserito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra le dieci malattie che considera prioritarie, insieme con patogeni come Covid-19 e Zika, per la capacità potenziale di innescare un’epidemia

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Due nuovi casi di virus Nipah in India hanno messo in stato di massima allerta molti Paesi asiatici, dato che il tasso di mortalità tra gli esseri umani può variare tra il 40% e il 75%. I pazienti infetti nel Bengala Occidentale sono operatori sanitari e sono ricoverati in terapia intensiva. Nel frattempo, diverse nazioni, tra cui Thailandia, Singapore, Hong Kong e Malesia, hanno già potenziato lo screening ai confini, riattivando i protocolli di sorveglianza.

Il rischio per l’Europa

L’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, ritiene che i rischi per l’Europa siano molto bassi. “Al momento non vi è alcun pericolo per l’Italia”, rassicura Federico Gobbi, direttore del dipartimento di malattie infettive e tropicali dell’ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona) e professore associato di Malattie infettive all’Università di Brescia. “Il rischio che questa epidemia arrivi da noi è molto remoto”.

Le caratteristiche del virus

Il Nipah non è una nuova conoscenza. È stato identificato per la prima volta nel 1998 durante un’epidemia tra gli allevatori di maiali in Malesia. Da allora ha fatto la sua comparsa in diversi Paesi del Sud-Est asiatico, come Singapore, Bangladesh e India. Nipah appartiene alla stessa famiglia di virus del morbillo. Nonostante questo, non è contagioso quanto il morbillo, ma è significativamente più letale.

È un virus zoonotico e, quindi, può trasmettersi dagli animali all’uomo. Il suo “serbatoio” naturale sono i pipistrelli della frutta della famiglia Pteropodidae. In questi animali il virus non sembra causare alcuna malattia, rendendoli dei portatori sani perfetti. Il virus è stato inserito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra le 10 malattie che considera prioritarie, insieme con patogeni come Covid-19 e Zika, per la sua capacità potenziale di innescare un’epidemia. Diverse epidemie sono state registrate in Bangladesh dal 2001 e vari focolai sporadici sono stati segnalati in India.

Come avviene il contagio

“Rispetto ad altri virus ad alto potenziale epidemico, la possibilità di contagio fra gli uomini è abbastanza remota”, sottolinea Gobbi. “Non c’è un insetto vettore e la trasmissione non è così immediata”, aggiunge. Può arrivare all’uomo in tre modi principali. Il primo è tramite l’esposizione ai pipistrelli, in particolare tramite il contatto con la saliva, l’urina o le feci di un pipistrello infetto. Le infezioni possono anche verificarsi tramite il contatto con altri animali infetti, come i maiali nel focolaio originale in Malesia. Il secondo modo in cui può essere trasmesso è attraverso alimenti contaminati, in particolare prodotti a base di palma da dattero. La terza via di contagio è la trasmissione da uomo a uomo tramite contatto ravvicinato, come l’assistenza a una persona malata.

La comparsa dei sintomi

Le infezioni da virus Nipah si verificano rapidamente. Il tempo che intercorre tra l’infezione e la comparsa dei sintomi è generalmente compreso tra quattro giorni e tre settimane. All’inizio, il Nipah sembra una banale influenza con febbre, mal di testa, tosse e dolori muscolari. Tuttavia, la situazione può precipitare rapidamente. Il virus può attaccare i polmoni (causando gravi difficoltà respiratorie) o il cervello.

In quest'ultimo caso si parla di encefalite: confusione, sonnolenza estrema e, purtroppo, convulsioni che possono portare al coma in 24-48 ore. Anche chi sopravvive non sempre ne esce indenne: circa il 20% dei guariti riporta conseguenze neurologiche a lungo termine. È una malattia terribile. Circa la metà delle persone che contraggono una grave infezione da virus Nipah ne muore.

Le diagnosi

Diagnosticare il Nipah non è semplice perché i sintomi iniziali si confondono con molte altre malattie. I medici utilizzano test sofisticati come la RT-PCR (simile a quella per il Covid) o test anticorpali. Ma la sfida più grande è la cura: oggi non esiste. Così come non abbiamo un vaccino. In Australia è in corso lo sviluppo di un trattamento chiamato “m102.4”. Nel 2020 è stato pubblicato uno studio di fase 1 su questo trattamento, in cui i ricercatori lo hanno somministrato a persone sane per vedere come va e se ci sono effetti collaterali. Lo studio ha rilevato che una singola dose del trattamento è stata ben tollerata dai pazienti.

Quindi è ancora molto lontano il momento in cui sarà effettivamente disponibile per aiutare le persone infette dal virus Nipah, ma c’è speranza. In teoria, “m102.4” potrebbe essere un vaccino preventivo, ma è troppo presto per dirlo. Al momento è in fase di sperimentazione solo come trattamento.

Il monitoraggio

Nonostante l’allerta sia al momento confinata in alcuni paesi asiatici, l’attenzione rimane comunque molto alta. Chi si reca in quelle aree deve sapere che il focolaio esiste e adottare precauzioni basilari, come evitare cibi che potrebbero essere stati a contatto con la fauna selvatica. “È di fondamentale importanza continuare a monitorare”, avverte Gobbi. “Le autorità locali stanno facendo di tutto per contenere l'epidemia, ma sappiamo che i virus mutano: bisogna sempre tenere la guardia molto alta”, conclude.