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Sentimental value, quando in famiglia il trauma ‘viaggia’ di padre in figlio

Una scena del film 'Sentimental value' (Foto Ansa) 

Un percorso ricostruito da Anna Maria Nicolò, neuropsichiatra infantile, già presidente della Società Psicoanalitica Italiana, nel libro: Gli inconsci che ci abitano

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Segreti e bugie. Il non detto che avvolge le famiglie e può creare incomprensioni e dolore. Sono i traumi che ‘viaggiano’ da una generazione all’altra. Si nascondono sotto una fitta nebbia ma ‘disturbano’ anche coloro che non conoscono la verità, i figli. Tracce che condizionano l’esistenza di tutti e che si vorrebbero cancellare con il silenzio. Un fenomeno ben descritto nel film Sentimental value, in cui il racconto del suicidio della nonna svela e spiega ogni cosa.

“Siamo figli del nostro passato e anche genitori del nostro futuro. Attraverso i meccanismi di identificazione, portiamo dentro di noi i nostri genitori, le persone significative, li trasformiamo e così faranno i nostri figli con noi – spiega Anna Maria Nicolò, neuropsichiatra infantile, già presidente della Società Psicoanalitica Italiana e autrice del libro: Gli inconsci che ci abitano (Raffaello Cortina editore) - . Può accadere che traumi importanti difficili da elaborare possano essere trasmessi alle generazioni successive, creando dei fantasmi interni, che chiedono ai figli un’elaborazione del trauma che la persona in origine non è stata capace di fare”.

Dottoressa Nicolò, la nostra storia non appartiene soltanto a noi, ma anche a chi ci ha preceduto. È così?

“A essere trasmesso di padre in figlio non è solo il ricordo di una tragedia personale ma anche le difese che mettiamo in atto per superarla. Sappiamo dalle scoperte scientifiche, che abbiamo almeno due tipi di memoria. La prima è quella delle esperienze che possiamo rievocare dentro di noi. La seconda, che gli psicoanalisti chiamano “memoria non rimossa”, si riferisce a eventi spesso traumatici che portiamo dentro di noi, ma non sappiamo di avere e non riusciamo a ricordare. Sono ‘visitatori interni’ di cui non siamo consapevoli. Questi oggetti interni alieni al nostro io, agiscono nella nostra vita al di fuori della nostra consapevolezza”.

È giusto nascondere ai figli eventi dolorosi per proteggerli?

“Ci illudiamo che sia bene nascondere qualcosa di importante del passato ai nostri figli ma quanto si è depositato dentro di noi dal nostro passato non si trasmette solo con i contenuti verbali ma anche con le interazioni non verbali che mettiamo in atto nel quotidiano. L’esistenza di un segreto importante crea un doppio funzionamento nelle relazioni della famiglia: il primo ufficiale dove un brutto avvenimento non esiste, tutto è sottaciuto e sembra armonioso. Ma esiste anche un funzionamento sottostante ufficioso che contrasta con la pseudo armonia ufficiale: l’esistenza di questi doppi funzionamenti contrastanti crea molti problemi di identità. Una madre che sia stata abusata da bambina, se non ha elaborato questo evento, porterà con sé il trauma, la vergogna e il senso di colpa. Questi aspetti potranno essere comunicati anche non verbalmente nelle interazioni e potrebbero creare un doppio livello comunicativo pericoloso”.

Situazioni come queste, non elaborate, possono fare ammalare di depressione alcuni componenti della famiglia. Per questo si consiglia sempre un supporto psicoterapeutico. Tornando al trauma ,va detto che siamo figli della generazione che aveva subito la guerra, eppure i nostri figli sembrano più fragili di noi. Perché?

“La fragilità dei ragazzi di oggi non è solo collegata al cambiamento della famiglia ma anche ai cambiamenti sociali. C’è stato uno sradicamento dai nostri luoghi di origine e dalle generazioni precedenti. Questo ha creato delle situazioni di insicurezza che hanno spinto i giovani, ad esempio, ad affidarsi più facilmente ai gruppi sul web. Due filosofi psicoanalisti francesi Deleuze e Guattari sostengono che oggi l’identità-rizoma ha sostituito l’identità-albero. Al posto dell’albero, che ha solide radici piantate nel terreno e si sviluppa nel corso del tempo, il rizoma ha radici acquatiche che si espandono orizzontalmente pronte a riorganizzarsi sullo stimolo dell’altro. Si perde il rapporto con il passato, che fondava la nostra identità, sia individuale che livello sociale. L’identità rizomatica prodotta dai cambiamenti della società e della forma della famiglia, si costruisce in una dimensione orizzontale in riferimento al vicino, al fratello, al socius, all’ambiente. Questo trova nella rete e nei social un terreno fertilissimo. I social sono sorgente di identificazioni rapide, offrono condivisione emotiva. In questi gruppi una regola dominante è un certo livello di omologazione”.

Perché l’omologazione è un rischio?

“L’omologazione può essere anche accompagnata dall’effetto massa, quel fenomeno che Freud aveva chiamato di contagio nella folla, che supera i confini del sé, generando funzionamenti confusi, di perdita dell’identità individuale. Il web esclude la realtà del corpo e può creare un mondo fantasticato, dove tutto può esistere. Crea onnipotenza e anche un progressivo ritiro dalla realtà. La realtà è molto potente nel dare limiti, ma se noi non la accettiamo non viviamo nella realtà non riusciremo a usufruire della ricchezza che ci danno i limiti”.

La fragilità dei ragazzi di oggi è collegata anche a un cambiamento della figura paterna?

“La maggiore parità fra uomo e donna e la crisi della figura paterna ha cambiato la forma della famiglia. Da quella basata sulla legge del padre che dava sicurezza, ma imponeva regole di sottomissione e creava grossi limiti allo sviluppo di sé, alla parità di genere, alla libertà di espressione, siamo passati ad una famiglia basata sulla dimensione fraterna, che consente la libertà nell’identità e nello sviluppo, ma crea ansie, insicurezze. Questi cambiamenti creano una crisi identitaria, soprattutto negli uomini, abituati a ruoli più classici, che ora manifestano grande insicurezza. Lo possiamo vedere anche dall’aumento dei femminicidi. Servirebbe maggiore attenzione su questi temi”.