✕

Hikikomori: una generazione che si ritira, una società che non ascolta

(Foto Unsplash) 

Secondo alcune stime sono 200.000 ma i numeri non contano. Il punto è perché restare in casa, per tanti ragazzi, è diventata l’opzione meno dolorosa

2 minuti di lettura

C’è una parola che negli ultimi anni è diventata una scorciatoia comoda: hikikomori. La usiamo per indicare ragazzi che non escono, che si chiudono, che spariscono. La usiamo come se spiegasse tutto. In realtà spesso serve solo a tranquillizzarci: se ha un nome, allora è “un problema loro”. I numeri oggi dicono che in Italia i giovani in ritiro sociale sono molti di più di quanto si pensasse. Ma fermarsi ai numeri è l’ennesimo modo per non guardare la questione vera.

Perché il punto non è quanti sono. Il punto è perché restare in casa, per tanti ragazzi, è diventata l’opzione meno dolorosa. Nel mio lavoro incontro adolescenti che non escono più da mesi, a volte da anni. Non li incontro spaventati dal mondo. Li incontro stanchi. Stanchi di sentirsi costantemente inadeguati, osservati, valutati. Stanchi di dover dimostrare qualcosa prima ancora di capire chi sono. Quando raccontano il loro ritiro non parlano di paura, parlano di sollievo. Ed è questo il dato che dovrebbe preoccuparci.

Restare a casa

Restare in casa non è una scelta contro la vita sociale. È una scelta contro una vita sociale percepita come ostile. Fuori c’è una pressione continua: a essere performanti, interessanti, pronti, resilienti. A scuola, nelle relazioni, online. Ogni errore resta, ogni inciampo diventa pubblico, ogni fragilità rischia di essere ridicolizzata. In questo contesto il ritiro non è follia, è una strategia di contenimento del dolore. Noi adulti tendiamo a chiederci come “farli uscire”. Ma raramente ci chiediamo che tipo di mondo trovano fuori. Un mondo che parla molto di benessere ma funziona per urgenze. Che invita all’espressione ma tollera poco la lentezza. Che chiede autenticità ma punisce chi non regge il confronto.

C’è poi un altro elemento che sta emergendo con forza: il legame emotivo con strumenti che non giudicano. Non perché siano migliori, ma perché non sospirano, non correggono, non interrompono. È inquietante, certo. Ma prima di demonizzarlo dovremmo avere l’onestà di chiederci che tipo di ascolto umano stiamo offrendo. Perché se un ragazzo trova più accoglienza in qualcosa che non è vivo, il problema non è solo tecnologico. Il ritiro sociale non nasce nel vuoto. Nasce dentro un patto educativo fragile, spesso incoerente.

Un patto educativo fragile

Chiediamo ai ragazzi di essere forti, ma mostriamo poco come si attraversa una difficoltà. Diciamo “parlane”, ma poi siamo i primi a minimizzare, correggere, aggiustare. Pretendiamo autonomia emotiva senza aver insegnato cosa farsene delle emozioni. Gli hikikomori non sono un’anomalia da correggere. Sono un segnale. Ci stanno dicendo che per una parte delle nuove generazioni vivere è diventato troppo costoso emotivamente. E che, tra soffrire fuori o soffrire meno dentro, scelgono la seconda opzione.

Continuare a leggerli come fragili serve solo a salvarci la coscienza. La domanda vera, quella scomoda, è un’altra: che tipo di adulti siamo diventati, se crescere nel nostro mondo porta così spesso a desiderare di sparire in silenzio? Finché non avremo il coraggio di stare dentro questa domanda, senza risposte facili e senza colpevoli rapidi, continueremo a parlare di ritiro sociale come di un problema giovanile. Quando invece riguarda molto più da vicino il modo in cui stiamo abitandoci il mondo.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te”. docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche