Alzheimer, se l’aria è inquinata il rischio di ammalarsi aumenta
di Simone ValesiniUna ricerca della Emory University suggerisce che le polveri sottili danneggino direttamente i neuroni
Non è solo una questione di polmoni o di cuore. L'aria che respiriamo nelle nostre città sembra avere un filo diretto – e purtroppo dannoso - con il nostro cervello. Stando a una nuova ricerca pubblicata su PLOS Medicine, l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico potrebbe promuovere infatti il declino cognitivo in modo diretto: non solo in quanto concausa di patologie croniche e cardiovascolari che rappresentano un fattore di rischio per l’insorgere di malattie neurodegenerative, ma promuovendo direttamente lo sviluppo dell’Alzheimer e di altre forme di demenza.
La ricerca
Lo studio, condotto da un team della Emory University, si basa sull’analisi di un campione di persone realmente mastodontico: quasi 28 milioni di over 65 americani provenienti dai database di Medicare (il programma di assistenza sanitaria pubblica americano), seguiti per quasi 20 anni tra il 2000 e il 2018. Lo scopo era quello di confermare il legame tra aria inquinata e Alzheimer, già emerso da molte ricerche precedenti, e di indagarne, se possibile, la natura: chiarire cioè se gli inquinanti atmosferici, e in particolare il particolato fine (Pm2.5), rappresentino un fattore di rischio diretto, o indiretto, per l’insorgenza della malattia.
L’analisi ha valutato i casi di Alzheimer nella popolazione studiata, incrociando i dati con l’indirizzo di residenza dei partecipanti (da cui è possibile stimare l’esposizione quotidiana allo smog), e con la presenza di patologie croniche e condizioni che rappresentano fattori di rischio noti per la malattia, come ipertensione, ictus, e depressione maggiore. In questo modo i ricercatori hanno potuto calcolare il legame tra inquinamento atmosferico e rischio di sviluppare l’Alzheimer, e il possibile contributo di altri fattori di rischio.
I risultati
Stando allo studio, esiste effettivamente un collegamento tra particolato atmosferico e Alzheimer: le diagnosi sono risultate infatti più comuni tra le persone che avevano abitato per almeno cinque anni in una zona relativamente inquinata. Ipertensione e depressione, inoltre, non sembrerebbero influire in modo apprezzabile sul rischio di sviluppare l’Alzheimer, e questo fa concludere agli autori che l’aria inquinata rappresenta con ogni probabilità un fattore di rischio indipendente per la malattia.
Delle tre comorbidità studiate, solo l’ictus ha dimostrato di influire concretamente sulle probabilità di sviluppare l’Alzheimer. “I nostri risultati – commentano a proposito gli autori della ricerca – suggeriscono che chi ha avuto un ictus potrebbe essere particolarmente vulnerabile agli effetti nocivi dell'inquinamento atmosferico sulla salute cerebrale. Questo evidenzia un'intersezione cruciale tra i fattori di rischio ambientali e quelli vascolari”.
I limiti della ricerca
Se dalla sua lo studio ha certamente i numeri del campione su cui è stato effettuato, non è comunque esente da problemi. “Trovo che si tratti di una ricerca interessante, ma presenta alcuni limiti importanti”, spiega Federica Agosta, professoressa di neurologia dell’Università Vita-Salute e responsabile dell’unità di ricerca in neuroimaging delle malattie neurodegenerative dell’Ospedale San Raffaele.
“Per prima cosa, resta aperta una questione cruciale sulla validità diagnostica: non è chiaro in che misura le diagnosi di Alzheimer registrate nel database Medicare siano supportate da biomarcatori (ad esempio PET amiloide o tau, o marcatori liquorali/plasmatici). In assenza di una conferma biologica, esiste il rischio che sotto l’etichetta “Alzheimer” confluiscano quadri eterogenei, inclusi altre forme di demenza. Di conseguenza, l’associazione osservata potrebbe non essere specifica per la malattia di Alzheimer in senso biologico, ma riflettere un effetto più generale sulla demenza nel suo complesso. C’è poi un problema temporale: la tempistica di esposizione all’inquinamento nello studio è di cinque anni, mentre sappiamo che la patologia dell’Alzheimer si sviluppa lungo un arco temporale molto più esteso, verosimilmente dell’ordine di 15-20 anni prima della manifestazione clinica”.
I meccanismi ipotizzati dagli autori per spiegare l’influenza del particolato sulla malattia di Alzheimer sono piuttosto generici: vengono chiamati in causa processi infiammatori sistemici e cerebrali, così come fenomeni di stress ossidativo. A detta di Agosta si tratta verosimilmente di vie biologiche che possono contribuire al danno neuronale e alla vulnerabilità cerebrale; tuttavia, allo stato attuale, non è ancora chiaro in che modo questi meccanismi possano tradursi in un effetto diretto e specifico sull’accumulo di beta-amiloide e proteina tau, considerate il tratto neuropatologico più distintivo della malattia di Alzheimer. In altre parole, anche se è plausibile che questi processi partecipino allo sviluppo della malattia, manca ancora una dimostrazione convincente del nesso causale con le alterazioni molecolari caratteristiche dell’Alzheimer.
Un messaggio di prevenzione
Al netto di queste perplessità, lo studio conferma comunque un rapporto stretto tra qualità dell’aria e salute cerebrale. E in questo senso, è un’indicazione preziosa in termini di prevenzione. “L’inquinamento si conferma come un fattore che aumenta la vulnerabilità all’Alzheimer, soprattutto in persone con più fattori di rischio”, conclude Agosta. “Penso che in questo senso, stabilire se si tratti di un fattore di rischio diretto o indiretto cambi poco: è giusto occuparci della qualità dell’aria nelle città per promuovere la salute cerebrale e cognitiva di chi ci abita, e in particolare delle persone anziane e dei più fragili”.