Troppe sigarette? Tutta colpa di una variante genetica, aumenta le probabilità di fumare
di Donatella ZorzettoUna ricerca Usa porta alla luce la variante che abbatte il consumo giornaliero di sigarette fino al 78%. L’esperto: “Buona soluzione per costruire programmi su misura”
Quando si parla di fumo da sigaretta bisogna puntare gli occhi sul nostro Dna, perché proprio lì si trova un meccanismo in grado di limitare, o bloccare del tutto, il vizio di ricorrere alla sigaretta, specialmente in chi è sulla buona strada per diventare un accanito fumatore. A portare alla luce una variante genetica che si comporta come un cancello chiuso di fronte alla voglia di fumare, è stato il team di ricercatori del Regeneron Genetics Center, negli Stati Uniti. Lo studio, pubblicato su Nature Communications “individua varianti in un gene del recettore della nicotina associate a una minore probabilità di fumare in modo eccessivo”. I risultati emergono da un’analisi sulla popolazione messicana e poi convalidati in quelle di origine asiatica ed europea.
Cosa succede quando fumiamo
Quando fumiamo il nostro cervello ne ricava una gratificazione, tanto intensa da non volerne sapere di allontanare la sigaretta. Questo succede perché la nicotina, principale sostanza psicoattiva nelle sigarette, si lega ai recettori nicotinici nel cervello, attivando nuovi circuiti neuronali che favoriscono il rilascio di dopamina e di altri potenti neurotrasmettitori modulatori dell'umore. In sostanza è come una ricompensa. Accade così che, una boccata dopo l'altra, i recettori nicotinici vengono saturati. La nicotina non è più in grado di attivarli, e la gratificazione ottenuta continuando a fumare si esaurisce. Tra una sigaretta e l'altra parte dei recettori torna attivabile e, complice il meccanismo di gratificazione di cui si è fatta esperienza, si cercano nuove dosi. E con il tempo, queste ripetizioni portano ad assuefazione. Il consumo individuale di tabacco è dunque strettamente collegato alla sensibilità dei recettori nicotinici.
La variante collegata al fumo
Non è la prima volta che gli scienziati collegano il fumo a varianti genetiche. Ma quest’ultimo studio porta una novità. In pratica ha scoperto che alcune varianti nei geni che codificano i recettori nicotinici dell'acetilcolina, il cui obiettivo è quello di mediare gli effetti gratificanti della nicotina sul cervello, sono collegate a cambiamenti nel comportamento del fumo nelle persone. Ad esempio, le varianti in un gene chiamato CHRNB2, che codifica una delle diverse subunità di questi recettori (la β2), indurrebbe a fumare molto meno.
Lo studio
Per arrivare a questo risultato, Veera Rajagopal e gli altri ricercatori del team, hanno sequenziato i genomi di 37.897 fumatori abituali sottoposti ad uno studio prospettico che si è svolto a Città del Messico. In pratica hanno svolto una ricerca sui fattori che influenzano la salute della popolazione in questione. Cos’hanno scoperto? Hanno identificato una variante nel gene CHRNB3 associata appunto a un minor consumo giornaliero di sigarette. Per la precisione, rispetto ai portatori della versione più comune del gene, quelli con una o due copie della variante fumavano rispettivamente circa il 21% o il 78% di sigarette in meno.
La variante è stata osservata più comunemente tra le persone di origine indigena. Ma effetti simili che coinvolgono varianti del gene CHRNB3 sono stati riscontrati anche in circa 130.000 europei, secondo la UK Biobank, e in circa 180.000 persone di origine est-asiatica, secondo la Biobank Japan.
La strategia terapeutica contro la nicotina
Il prossimo passo, rivelano i ricercatori, è quello di ricorrere a “coorti più ampie e indagini più solide sulle misure cliniche che indicano la dipendenza dalla nicotina per valutare appieno la relazione tra queste varianti e la dipendenza dal fumo”. “Nonostante il suo declino negli ultimi anni, il fumo di sigaretta continua a essere una delle principali cause di morte prevenibili in tutto il mondo - proseguono gli autori dello studio -. Ma negli ultimi due decenni sono stati compiuti progressi limitati nell'identificazione di nuovi farmaci per la dipendenza dal fumo. E gli studi di associazione genetica umana offrono un approccio efficace per scoprire nuovi bersagli farmacologici”.
“Le varianti genetiche naturali con perdita di funzione che conferiscono protezione dalle malattie dell’uomo sono tra le migliori linee di evidenza per identificare nuovi bersagli farmacologici – sottolineano ancora gli esperti -. La progettazione di farmaci che imitano questa protezione naturale ha prodotto risultati di successo, come gli inibitori del CCR5 per il trattamento dell'infezione da virus dell'immunodeficienza umana e gli inibitori del PCSK9 per il trattamento dell'ipercolesterolemia”.
“Nel complesso, i dati raccolti nel nostro studio indicano che le varianti genetiche che influenzano l'attività di CHRNB3 possono ridurre il numero di sigarette consumate quotidianamente dai fumatori di diverse origini - concludono i ricercatori -. E questa scoperta suggerisce che l'inibizione della subunità β3 potrebbe rappresentare una potenziale strategia terapeutica per la dipendenza da nicotina”.
Gasparini: “Dato utile per programmi personalizzati”
Il ruolo di geni che svolgono funzioni da recettore per la nicotina ha incuriosito anche i ricercatori italiani, che sull’argomento si sono espressi in diverse ricerche scientifiche.
“Sappiamo che varianti in questi geni (modifiche anche molto piccole nella sequenza del Dna) si associano sia al consumo di sigarette che alla facilità o meno a smettere di fumare (dipendenza) – spiega Paolo Gasparini, professore di Genetica medica all’Università di Trieste, primario dell'omonimo servizio dell'Irccs Burlo Garofolo e presidente della Società Italiana di Genetica Umana (Sigu) – . La cosa è stata descritta anche sulla popolazione italiana studiando gruppi isolati (piccoli villaggi in Puglia, Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, ecc.), dimostrando che una variante specifica nel gene CHRNB3 distingueva tra fumatori che consumavano più o meno di 10 sigarette al giorno”.
Secondo Gasparini lo studio Usa rappresenta quindi una conferma di ricerche precedenti. “Nel caso dell’articolo pubblicato in questi giorni, i dati sul ruolo del gene CHRNB3 sono stati ulteriormente confermati su centinaia di migliaia di persone (inclusi i fumatori) generando un dato ancora più robusto a livello di popolazioni - conclude Gasparini –. Nel caso specifico, identificare varianti genetiche che predispongono ad un consumo maggiore di sigarette, può aiutare a pianificare programmi efficaci e personalizzati per smettere di fumare”.