Emicrania, i nuovi farmaci ci sono ma 9 pazienti su 10 non ricevono cure adeguate
di Celeste OttavianiIn Italia ne soffrono 26 milioni di persone, di cui 9 convivono con una delle sue forme più invalidanti, quella caratterizzata da dolore pulsante, nausea, vomito, ipersensibilità ai suoni e alla luce
Il mal di testa colpisce quasi 3 miliardi di persone a livello globale, un individuo su tre circa, rappresentando una delle patologie più debilitanti, per diffusione. Di questi, 26 milioni sono solo in Italia, di cui 9 convivono con una delle sue forme più invalidanti, l’emicrania, caratterizzata da dolore pulsante, nausea, vomito, ipersensibilità ai suoni e alla luce.
“I farmaci sono sempre più efficaci: con le ultime molecole siamo arrivati a poter trattare con successo circa il 75% dei pazienti”, ha riferito Pierangelo Geppetti, presidente emerito della Società italiana studio delle cefalee (Sisc), in occasione del simposio dedicato ai 50 anni della società che si è tenuto a Firenze. Purtroppo, però, ha evidenziato, “la cultura delle cefalee è ancora molto debole e dai dati emerge che, della totalità dei pazienti, in particolare quelli che soffrono di emicrania cronica, solo il 10% viene trattato, per ragioni organizzative, burocratiche o economiche”.
Emicrania, una malattia ancora sottovalutata
“Non si è ancora realizzata l’importanza dal punto di vista medico e sociale di questa malattia”, ha commentato Innocenzo Rainero, presidente eletto Sisc e ordinario di Neurologia presso l’Università di Torino. Secondo quanto riportato in un recente lavoro su BMC Public Health, in proporzione, “su 100 pazienti tedeschi solo a 30 italiani vengono prescritti farmaci mirati”, ha riferito.
Inoltre, una ricerca pubblicata sul Journal of Headache and Pain che ha preso in considerazione 3169 persone distribuite in 10 Paesi europei, ha mostrato come in Italia, il 54% dei pazienti che soffre di emicrania deve vedere più di 4 specialisti prima di ricevere una diagnosi.
Il nostro Paese, inoltre, si distingue anche per la più alta percentuale di persone colpite da emicrania seguite direttamente in centri specializzati, ovvero il 67%. Al di là dall’essere un dato positivo, questo si rivela indice della mancanza di strumenti per la corretta diagnosi di questa malattia da parte dei sanitari di prima linea che si trovano a indirizzare i pazienti a strutture specialistiche con la conseguenza inevitabile di aumentare i costi, allungare le liste d’attesa e ridurre l’efficienza complessiva del sistema per chi ha più bisogno di cure avanzate.
“Devono quindi essere sempre più promossi percorsi di formazione, sensibilizzazione e presa in carico dei malati soprattutto a livello locale”, ha puntualizzato Marina De Tommaso, presidente Sisc, neurologa e ordinaria all’Università di Bari.
L’importanza di agire tempestivamente
Tutto questo porta a quello che Geppetti ha definito “medication underuse headache”, cioè mal di testa da sottoutilizzo di farmaci, una vera e propria malattia dovuta alla mancanza stessa di prescrizioni adeguate. A conferma di ciò, lo studio su Journal of Headache and Pain ha anche messo in luce come in Italia solo il 5% dei pazienti riceva la prescrizione di un trattamento preventivo durante la prima visita, evidenziando un forte ritardo nell’impostare una strategia terapeutica di lungo termine, preferendo invece gestire solo l’emergenza del dolore momentaneo.
“L’emicrania è una malattia che facilmente porta a sviluppare depressione, attacchi di panico, disturbi cardiovascolari come ipertensione e infarto, per cui le forme croniche devono essere trattate precocemente con farmaci specifici per evitare complicanze, ma anche per ridurre il rischio che medicinali di automedicazione creino dipendenza e assuefazione”, ha ricordato Rainero.
Sempre più terapie
“Le cefalee sono state a lungo la cenerentola della neurologia – ha affermato De Tommaso -. Cinquant’anni fa non esistevano diagnosi precise e criteri diagnostici, ciò comportava minor riconoscimento della patologia, mancanza di assistenza e rischio di fai-da-te, oltre che stigma sociale”. “Le terapie erano inappropriate e in alcuni casi si prescrivevano addirittura antibiotici”, ha aggiunto Geppetti.
“A oggi, invece, abbiamo quattro anticorpi monoclonali e due compresse orali che bloccano il Cgrp - Calcitonin Gene-Related Peptide, un neuropeptide chiave coinvolto nell’innesco della sintomatologia dell’emicrania nella maggior parte dei pazienti - senza gli effetti collaterali delle vecchie terapie - ha affermato Geppetti -. Attualmente, quindi, rispetto al passato, la vita torna a una quasi totale normalità”.
Non solo cura, ma prevenzione
Oggi, infatti, “per la prima volta nella millenaria storia dell’emicrania, abbiamo farmaci capaci sia di bloccare il singolo attacco sia di prevenire la crisi”, ha puntualizzato Geppetti. Non ci sono più solamente terapie per la sintomatologia, ma anche trattamenti preventivi che permettono di migliorare la qualità della vita e ridurre l’impatto debilitante di questa malattia che può arrivare a bloccare una persona fino a 7 giorni, per via della fase anticipatoria seguita da quella acuta e dal periodo di ripresa.
La possibilità di poter curare l’emicrania, con minimi effetti collaterali, “è di estrema importanza perché dobbiamo trattare pazienti, principalmente (70%) donne giovani, che ne soffrono dall’infanzia o adolescenza fin verso i 50-60 anni, quando la patologia tende a regredire spontaneamente. Ma questa è proprio la parte della vita in cui la paziente deve affrontare i compiti familiari, professionali, sociali ed esistenziali più importanti”, ha sottolineato Geppetti.
I prossimi passi
“Se – però - è vero che abbiamo ancora circa un 20% di pazienti resistenti a queste terapie – ha proseguito il presidente emerito -, nuove opzioni sempre più specifiche e personalizzate stanno emergendo come, gli anticorpi anti PACAP”, o prospettive più all’avanguardia come la stimolazione magnetica transcranica.
“L’emicrania è infatti una patologia estremamente eterogenea”, ha puntualizzato Rainero. La direzione da intraprendere è quindi quella della medicina personalizzata con “biomarcatori genetici e umorali che possano indicare i vari sottotipi di malattia, per trovare cure centrate sul singolo paziente”, ha concluso il presidente eletto.