Sovrallenamento, perché per gli atleti (e non solo loro) superare la soglia può essere rischioso
di Ivan NotarangeloCarichi crescenti, calendari fitti, pressione agonistica possono minacciare la performance. Se ne è parlato molto a inizio stagione, in riferimento a Sinner. Lo studio dell’università di Padova
Nello sport di alto livello il confine tra allenarsi al massimo e spingersi oltre è sottile. Carichi crescenti, calendari fitti, pressione agonistica: il rischio di superare la soglia di tolleranza dell’organismo è concreto. La scienza dello sport chiama questo fenomeno sovraccarico e lo descrive come un continuum, una progressione che parte da una fase gestibile e può arrivare fino a una vera e propria sindrome.
A ricordarlo, anche fuori dal tennis, è la lezione di Federica Brignone: nello sport di vertice la differenza non sta solo nella capacità di spingersi oltre il limite, ma nella lucidità di saper ascoltare il proprio corpo e la propria condizione psicologica, riconoscendo con maturità quando è il momento di rallentare, modulare i carichi o fermarsi per proteggere la prestazione futura.
A fare luce su questo tema è una ricerca dell’Università di Padova, pubblicata sulla rivista Psychology of Sport and Exercise e firmata da Marta Ghisi, ordinaria di Psicologia generale ed esperta di psicologia della salute e dello sport, e da Alice Valdesalici, dottoranda dello stesso ateneo. Lo studio ha analizzato undici studi per un totale di 461 atleti d’élite, con l’obiettivo di distinguere le diverse forme di sovraccarico e i loro effetti sulla mente.
Sovraccarico funzionale e sindrome da eccesso di allenamento
La letteratura scientifica descrive tre stadi. Il primo è il cosiddetto functional overreaching, cioè il sovraccarico funzionale: una fase temporanea in cui la prestazione cala per un breve periodo, ma il recupero porta a un miglioramento. È il meccanismo su cui si basa gran parte della programmazione sportiva. Il secondo stadio è il non-functional overreaching, il sovraccarico non funzionale: qui il calo di rendimento si protrae per settimane o mesi e compaiono i primi sintomi fisici e psicologici. Il terzo e più grave è la overtraining syndrome, la sindrome da eccesso di allenamento.
"In quest’ultima condizione il deterioramento della prestazione è stabile e si accompagna ad affaticamento persistente, dolori muscolari, disturbi del sonno, alterazioni dell’umore e perdita di motivazione”, spiegano Ghisi e Valdesalici. La differenza tra questi stadi non è solo una questione di intensità.
"Quando il sovraccarico si prolunga senza un adeguato recupero, il corpo entra in una fase di esaurimento”, chiariscono le autrici. È ciò che la fisiologia descrive con il concetto di carico allostatico: il prezzo cumulativo che l’organismo paga per adattarsi a sollecitazioni eccessive e ripetute.
Umore, stress e segnali precoci
Sul piano psicologico i risultati della revisione sono netti. Gli atleti in condizione di sovraccarico non funzionale o di sindrome da eccesso di allenamento mostrano livelli più elevati di depressione, tensione, stress e affaticamento percepito rispetto ai colleghi in buona salute. Il vigore risulta sistematicamente più basso.
"Le alterazioni dell’umore e l’aumento dello stress sono indicatori molto utili, ma vanno interpretati correttamente: sono sensibili ma non specifici – sottolineano le ricercatrici – . Segnalano che qualcosa nell’equilibrio tra carico e recupero potrebbe non funzionare, ma da soli non bastano per definire una sindrome da eccesso di allenamento”.
I campanelli d’allarme più frequenti includono irritabilità, tono dell’umore deflesso, aumento dell’ansia, disturbi del sonno, calo della motivazione e la sensazione di non recuperare mai. “La chiave è osservare la traiettoria nel tempo – aggiungono le autrici – . Un segnale episodico può rientrare nella fisiologia della performance. Un calo costante, generalizzato e resistente al recupero merita invece un approfondimento”.
Quando si appanna anche la mente
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda le funzioni cognitive. Le evidenze sono ancora limitate, ma suggeriscono che i deficit emergano soprattutto nella forma più grave della sindrome. In particolare, a essere compromessa è la cosiddetta inibizione cognitiva, cioè la capacità di filtrare le informazioni irrilevanti e mantenere la concentrazione sotto pressione. "Non va patologizzato ogni errore in gara – precisano Ghisi e Valdesalici – . In situazioni ad alto carico emotivo, l’attivazione può temporaneamente restringere il focus attentivo o ridurre il controllo inibitorio. È una risposta situazionale, non necessariamente il segnale di una condizione patologica”. Ancora una volta, è la persistenza nel tempo a fare la differenza tra una flessione normale e un problema reale.
Sovraccarico e burnout
Il concetto di carico allostatico richiama quello di stress cronico in ambito lavorativo, cioè quel logorio cumulativo sul corpo e cervello causato da stress continuativo. “L’organismo non distingue tra fattori di stress fisici e psicologici – spiegano le ricercatrici – .Se le richieste diventano croniche ed eccessive, il processo di adattamento può evolvere verso una fase di esaurimento".
Tuttavia le due condizioni si collocano in cornici teoriche differenti. Il sovraccarico da allenamento è descritto principalmente come fenomeno fisiologico con ricadute psicologiche. Il burnout è invece una condizione psicologica, caratterizzata da esaurimento emotivo, cinismo e ridotta percezione di efficacia. Possono coesistere o influenzarsi a vicenda, ma non sono la stessa cosa.
Prevenzione: monitorare anche la mente
A oggi non esiste un biomarcatore unico capace di diagnosticare con certezza il sovraccarico non funzionale o la sindrome da eccesso di allenamento. Per questo il monitoraggio psicologico diventa centrale. “Il monitoraggio psicologico dovrebbe essere integrato nella routine degli atleti di vertice in modo semplice e continuativo, analogamente ai parametri fisiologici – spiegano Ghisi e Valdesalici – . Brevi scale di autovalutazione su fatica, umore, sonno o livello di energia possono fungere da campanelli d’allarme preziosi".
Lo psicologo dello sport
In Italia la presenza dello psicologo dello sport nei programmi di alto livello è cresciuta negli ultimi anni, ma l’adozione sistematica di protocolli standardizzati non è ancora uniforme tra le federazioni.
Il tema del sovraccarico è tornato di attualità anche fuori dai laboratori di ricerca. L’inizio di stagione 2026 di Jannik Sinner, numero due del mondo, non è stato all’altezza delle aspettative: dalla semifinale persa agli Australian Open contro Djokovic all’eliminazione ai quarti dell’ATP 500 di Doha per mano del giovane ceco Jakub Mensik.
Lo stesso Sinner ha minimizzato: “Non è successo nulla di grave, sono molto sereno”. Ma Paolo Bertolucci, ex tennista con numerose vittorie azzurre, ha parlato di una preparazione forse troppo carica, di un atleta "un pochino imballato”. Nel linguaggio della medicina dello sport, quell’osservazione rimanda proprio al concetto di sovraccarico. Non è dato sapere se il calo di rendimento di Sinner rientri davvero in questa dinamica: il suo può essere semplicemente un momento di flessione fisiologica dopo stagioni straordinarie. Ma il tema sollevato dallo studio padovano resta valido, e va oltre il singolo caso.
Oltre lo sport i meccanismi del sovraccarico — accumulo di stress, recupero insufficiente, esaurimento delle risorse — non riguardano solo i campioni. Sono gli stessi che nella vita quotidiana possono tradursi in stanchezza cronica, difficoltà di concentrazione e calo motivazionale. La scienza ricorda che anche i corpi più allenati hanno un limite. E che ascoltarlo, prima che diventi un problema, è parte integrante della performance.