Matilda Boseley: “La diagnosi di ADHD è arrivata tardi, ma così ho incontrato il mio cervello”
di Valeria PiniSi è sempre considerata in difetto poi, a 23 anni, ha capito cosa aveva. E la sua vita è cambiata, in meglio
Da sempre era convinta di valere meno degli altri e si considerava. Poi, dopo anni di confusione, in età ormai adulta è arrivata la diagnosi di ADHD ed è stato il momento in cui Matilda Boseley, oggi giornalista premiata del Guardian Australia, ha incontrato il suo cervello, scoprendo che invece poteva avere qualche cosa di diverso, forse anche di più degli altri. Una risposta che in un primo momento l’ha spaventata ma che poi l’ha resa felice. E su questa sua esperienza è deciso di scrivere un testo che avrebbe voluto leggere in quegli anni di buio, in cui non capiva cosa accadeva. Così ha scritto il libro, ora tradotto in Italia, L’anno che ho incontrato il mio cervello (edizioni Erickson).
Matilda Boseley, perché la diagnosi di ADHD è stata la cosa più bella che le sia mai capitata?
“È stato come se improvvisamente tutto avesse trovato un senso. Tutte le cose con cui avevo sempre lottato avevano una spiegazione e, cosa più importante, mi ha permesso di perdonare me stessa per quello che mi aveva messo in crisi. Avevo passato tanto tempo a tormentarmi, sentendomi peggiore di tutti, pigra, egoista o cattiva, solo perché gli altri ce la facevano e io no. La diagnosi mi ha aperto nuove possibilità di usare il mio cervello e migliorarlo, invece di ripetermi continuamente "devi fare di meglio". Avevo capito che avevo altre qualità come, ad esempio, la creatività”.
In che modo i video su TikTok ti hanno aiutato a capire la situazione?
"In quei video per la prima volta ho sentito donne adulte parlare della loro vita con l'ADHD. Se ne parla solo in riferimento ai bambini iperattivi e i criteri diagnostici sono orientati su di loro. La mia esperienza è stata così diversa che non mi sono mai riconosciuta in quelle descrizioni. Non avevo mai considerato come l'ADHD potesse influenzare la vita degli adulti, ma quando ho guardato quei video ho visto tanti aspetti che riguardavano anche me. Guardando altri video le situazioni simili alla mia sono diventate troppe per essere ignorate, così ho prenotato una visita dal mio medico”.
Si sentiva diversa da bambina?
"Sono sempre stata un po' impacciata e con più difficoltà a socializzare. Non riuscivo a capire come comportarmi da ragazza per essere come tutte le mie coetanee e ricordo di aver passato molto tempo sentendomi quasi l’aliena che osservava gli altri. Ricordo di essere stata molto invidiosa della calligrafia ordinata delle altre ragazze e del modo in cui erano sempre al corrente delle ultime tendenze. Ma onestamente non so quanto di questo fosse dovuto all'ADHD, anche se sono sicura che abbia giocato un ruolo importante, e quanto al fatto che fossi un po' strana”.
Come ha influito la situazione sul tuo rapporto con i suoi genitori?
"Sono fortunata ad avere genitori intelligenti e premurosi che mi hanno sostenuta nei momenti più difficili della mia infanzia. Anche loro erano all'oscuro di cosa stesse accadendo nel mio cervello e questo può creare situazioni complicate. Sono sicura che a volte pensassero che fossi semplicemente distratta o che ignorassi le istruzioni di proposito, ma in realtà era solo una conseguenza dell’ADHD. Questo ha un forte impatto sul quotidiano. Pur essendo già molto legata ai miei, la diagnosi in età adulta è stata positiva per il nostro rapporto. Ci ha fornito un linguaggio comune per poter parlare di quello che stava succedendo, ci ha permesso di rivivere momenti della mia infanzia e di mettere insieme i pezzi. Anche se è stato difficile, ci ha aiutato a guardare indietro. I miei si sono messi in discussione, ma ci sono tante persone che non lo avrebbero fatto. Sapere di essersi persi qualcosa di così importante nella vita del proprio figlio e considerare che si sarebbe potuto fare meglio è doloroso. Spesso i genitori preferiscono ignorare il problema oppure, dato che l'ADHD è in gran parte ereditario, temono di scoprire qualcosa anche su se stessi”.
C'erano segnali che gli adulti avrebbero dovuto notare?
"Non mancavano. Perdevo continuamente le cose. Ricordo ancora di aver dovuto dire a mia madre che avevo perso il gilet dell'uniforme scolastica da 80 dollari che mi aveva comprato la settimana prima. Anche il sonno era un problema: da bimba restavo sveglia per ore. E i miei interessi erano sempre molto intensi ma di breve durata. Mi buttavo a capofitto in un hobby e poi lo abbandonavo dopo poche settimane. Ma capisco che sia difficile individuare un problema che non si conosce. È il sistema che non funziona”.
Quanto influisce una situazione del genere sull’autostima?
“Le persone con ADHD devono affrontare un mondo che non è stato ideato per loro. La società etichetta chi fatica a soddisfare le aspettative neurotipiche come “pigro” o “negligente”. Da bambino, venivo costantemente rimproverato per le mie dimenticanze o la mia mancanza di organizzazione. Quello che non capivo all'epoca era che gli adulti pensassero che dipendesse da una mia volontà. Quindi l'unica spiegazione che il mio cervello riusciva a trovare era che ci dovesse essere qualcosa di sbagliato in me. Per anni ho pensato che l'unico modo per essere una brava persona fosse nascondere le parti di me che continuavano a mettermi nei guai. Quando ho scoperto la verità mi sono sentita liberata”.
Come superare la vergogna?
“Una cosa che mi ha davvero aiutato è stata cercare di sostituire la vergogna con la curiosità. Quando commettevo un errore, il mio istinto era quello di rimproverarmi. Ora cerco di fermarmi e mi pongo delle domande per capire cosa ha reso difficile la situazione. Per anni ho creduto che se mi fossi punita per gli errori avrei smesso di farli. Ma alla fine evitavo determinate situazioni. La vergogna tende a bloccarti, mentre la curiosità ti dà il permesso di cercare di capire cosa sta succedendo e di capire come fare le cose in modo diverso in futuro”.
Quale consiglio darebbe a qualcuno che si trova in una situazione simile alla tua?
"La cosa più importante per un adulto a cui è stato appena diagnosticato l'ADHD non è imparare a usare un'agenda, creare la routine mattutina perfetta o iniziare una terapia farmacologica, anche se queste cose possono essere utili. Il vero punto di partenza è ripensare ai momenti della propria vita in cui si è pensato di aver fallito e cercare di sostituire la vergogna con la compassione. Questo non significa che l'ADHD esoneri da ogni responsabilità ma vuol dire riconoscere che, all'epoca, si stava facendo del proprio meglio. Se la diagnosi è appena arrivata, il periodo successivo potrà sembrare sorprendentemente intenso. Molte persone si aspettano un sollievo totale, ma la realtà è più complessa. Ci si può sentire pieni di speranza e poi ritrovarsi a rimpiangere il passato. Questo perché una diagnosi non si limita a spiegare il presente, ma ridefinisce il passato. Si riscrive la storia che ci si è raccontati su chi si è. Può essere disorientante ma è anche incredibilmente potente. Una volta che si inizia a vedere il proprio cervello con maggiore chiarezza, il senso di colpa comincia a svanire e si può iniziare a costruire una vita che funzioni davvero. Ciò che ora sembra fonte di confusione è in realtà il primo passo verso qualcosa di molto migliore”.
Come si sente a due anni dalla diagnosi?
“Il rapporto con il mio cervello è molto più pacifico. Ovviamente il mio ADHD non è scomparso e ho ancora giornate difficili, ma sono molto più brava a perdonarmi quando le cose vanno male. Una volta che la mia tendenza all’autocritica si è attenuata, è diventato molto più facile vedere le parti del mio cervello che effettivamente mi sono utili anche grazie all’ADHD”.