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Michel: "Sembrava impossibile ma dopo la lesione del midollo spinale sono riuscito a camminare”

Michel Roccati 

Dopo un incidente in moto, i medici gli dissero che non si sarebbe mai più rialzato. Poi l’intervento in Svizzera per l’impianto di un sistema di stimolazione elettrica. Da allora Michel Roccati è diventato la prima persona al mondo a tornare a camminare

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Oggi Michel Roccati ha trentaquattro anni. Ne aveva ventisette quando un incidente in moto gli provocò una lesione completa del midollo spinale. Dal 2020 è la prima persona al mondo ad aver recuperato la capacità di stare in piedi e tornare a camminare dopo una lesione di questo tipo, grazie a un sistema di stimolazione elettrica impiantato nel midollo spinale, sviluppato nell’ambito di un progetto di ricerca neuroscientifica in Svizzera. Un messaggio il suo che arriva a pochi giorni della n occasione della Giornata nazionale dedicata alle persone con lesione al midollo spinale, che si celebra il 4 aprile.

LE STORIE DI SALUTE

"Quando i medici mi dissero che non sarei mai più tornato a camminare, qualcosa dentro di me si accese. Non credetti mai a quelle parole, non le sentii mai mie. Sapevo che non facevano per me. Dentro di me sentivo che prima o poi mi sarei rialzato". Intorno a lui, però, al di fuori di una ristretta cerchia familiare, le reazioni erano quasi sempre le stesse: incredulità, distanza, a volte persino fastidio. "Quando raccontavo quello che volevo fare, venivo visto come un pazzo, un illuso", ricorda. "Ho ricevuto tante porte in faccia". In mezzo a quel distacco, una presenza resta costante: il fratello Manuel, non solo come sostegno affettivo, ma come parte attiva di tutto ciò che, giorno dopo giorno, inizia a prendere forma. "È stato il mio motivatore, il mio punto fermo".

Capire per risolvere: il suo metodo

È insieme a lui che il percorso cambia direzione. Non si fermano alla diagnosi, non accettano il limite così com’è: decidono di entrarci dentro. "Ho una laurea in economia e commercio, ma da quel momento ho iniziato a studiare il funzionamento del cervello e del midollo, accumulando informazioni, contatti, ipotesi. Leggevo ricerche, frequentavo blog, andavo ai convegni con mio fratello. Volevo capire, imparare, parlare con i ricercatori".

Non cercavano una risposta immediata, ma una direzione: si muovevano dentro un territorio complesso senza avere una mappa. Alla base c’era un principio semplice, ma applicato con rigore: "Sono convinto che per trovare una soluzione a un problema devi capirlo". Non è una frase motivazionale, ma un metodo. "Ho iniziato a smontarlo pezzo per pezzo: capire cosa succede nel midollo, come viaggiano gli impulsi nervosi, dove sono i limiti della ricerca e dove invece si aprono possibilità. Era un lavoro continuo: studiare, tradurre, seguire i ricercatori, fare domande". Più che cercare una cura, costruiva un sistema per arrivarci.

Preparare il corpo, ogni giorno

Nel frattempo lavorava anche sul corpo, con la stessa precisione con cui studiava la teoria. Allenava ogni giorno non solo il fisico, ma anche la mente, non per mantenere ciò che c’era, ma per prepararsi a qualcosa che ancora non esisteva. "Ho allenato il mio fisico ogni giorno per mantenerlo pronto. Non sapevo quando, ma volevo esserlo se si fosse presentata un’opportunità".

Michel Roccati 

Era un lavoro costante, ripetitivo, senza alcuna garanzia di risultato, ma nella sua logica aveva senso: se un giorno si fosse aperta una possibilità, il corpo avrebbe dovuto essere pronto a rispondere. Allo stesso tempo non si fermava alla ricerca teorica, ma cercava di capire tutto ciò che riguardava il recupero del movimento. "Mi interessava capire tutto". Questo lo portava a osservare modelli anche molto lontani dal suo caso. "Studiavo, per esempio, come venivano riabilitati gli astronauti dopo una missione. Cercavo spunti ovunque". Non per imitare, ma per individuare principi trasferibili: come si riattiva un corpo che ha perso delle funzioni, come si ricostruisce un equilibrio, come si rieduca un sistema complesso.

L’attesa e la svolta

Quell’opportunità iniziò a prendere forma durante un convegno scientifico. A un certo punto si parlò di una tecnologia sperimentale: elettrodi impiantati nel corpo per riattivare il midollo spinale. "Era esattamente quello che stavo cercando". Con il fratello si misero a cercare contatti, nomi, riferimenti. Trovarono il team di ricerca in Svizzera e lui si candidò per le sperimentazioni cliniche, ma la risposta fu negativa: la lesione era considerata troppo grave.

"Mi dissero che forse in futuro la tecnologia sarebbe stata pronta anche per me". Il ritmo allora cambiò: non rallentò, si intensificò. "Ho aumentato ancora di più il lavoro su di me. Non potevo permettermi di essere escluso una seconda volta".

Passarono quasi due anni, un tempo lungo in cui nulla sembrava muoversi all’esterno, mentre lui continuava a prepararsi. Poi arrivò una mail: la tecnologia era pronta anche per pazienti come lui. Doveva affrontare una selezione. "Ai trial non ho mai avuto paura. La mia paura era che non scegliessero me". Quando arrivò la valutazione, la risposta fu sorprendente: "Mi dissero che non avevano mai visto un paziente con un livello di preparazione così". Fu il momento in cui il lavoro invisibile diventò decisivo.

L’intervento e la riabilitazione

Nell’agosto del 2020 è stato operato a Losanna, all’interno del progetto Stimo, oggi parte di NeuroRestore. "L’operazione consiste nell’impianto di elettrodi sotto la lesione midollare, che comunicano via Bluetooth con un tablet". Dopo circa due settimane iniziò la fase sperimentale: per quasi un anno lavorò con un team internazionale di circa 70 specialisti. "Continuo ancora oggi ad allenarmi dalle due alle sei ore al giorno". Prima dell’intervento gli venne chiesto cosa si aspettasse. "Ho fatto una lista: alzarmi in piedi, camminare, salire le scale da solo". Era il rovesciamento di ciò che gli era stato detto impossibile. "Ogni giorno cercavo di portare a casa qualcosa, anche un progresso millimetrico".

I miglioramenti arrivarono progressivamente: prima alle parallele, poi con il deambulatore, quindi con le stampelle. Nel 2021 quel cambiamento uscì dal laboratorio ed entrò nella vita reale. Michel Roccati partecipò al Kappa Future Festival di Torino, uno dei principali festival di musica elettronica in Europa, sulle sue gambe, in mezzo a migliaia di persone. "Ero lì, in piedi, dove fino a poco tempo prima mi avevano detto che non sarei mai più potuto arrivare. È stata una delle emozioni più forti della mia vita". Negli ultimi giorni, a Folgaria, grazie al progetto Beyond Human Potential, ha raggiunto un nuovo traguardo: è riuscito a sciare in piedi in autonomia, per la prima volta al mondo con una lesione midollare completa. "Ho sentito una libertà che non provavo da anni. Non era solo una discesa: erano cento metri in cui il mio corpo faceva qualcosa che sembrava impossibile. È stata un’emozione potentissima".

Oltre la sua storia

Oggi continua a lavorare con il team di ricerca per migliorare la tecnologia. "È una combinazione tra biologia e tecnologia che sta cambiando le possibilità". Ha scelto di esporsi pubblicamente: "Ho voluto metterci il nome perché voglio far capire che esisto davvero". Il suo caso è entrato nel Guinness World Records, ma per lui conta soprattutto l’impatto sugli altri. "Attraverso il mio sito michelroccati.com mi scrivono in molti". È anche testimonial della Wings for Life World Run, la gara di beneficenza che si terrà il 10 maggio in tutto il mondo per raccogliere fondi da destinare alla ricerca sulle lesioni del midollo spinale. "È importante sostenere la ricerca, perché è l’unica strada per andare avanti".

"Determinato lo sono sempre stato, ma prima ero spensierato. Oggi non sono più spensierato, ma sono sereno. E la serenità nasce dai risultati che ho raggiunto". E alla fine resta quella convinzione iniziale: "Ho deciso che non sarebbe andata come mi avevano detto, che quello non sarebbe stato il punto finale della mia storia".