Genitori in crisi, ecco perché è necessario accettare il conflitto con i figli adolescenti
dalla nostra inviata Valeria PiniUn’età di trasformazioni e di conquiste verso l’autonomia, che porta spesso a incomprensioni e difficoltà di rapporti. Ma il conflitto è una condizione necessaria dello sviluppo. Basta saperlo affrontare
BORMIO – Porte chiuse, discussioni, lunghe trattative sul tempo da passare al cellulare o per le prime uscite da soli. Parliamo di adolescenti. Figli che crescono e genitori che perdono terreno. Un’età di trasformazioni e di conquiste verso l’autonomia che porta spesso il conflitto. Mette a dura prova i genitori che qualche volta si trasformano in poliziotti. Spesso per affrontare l’ansia, visto che la cronaca è piena di fatti che fanno temere agli adulti il peggio quando i ragazzi escono o navigano in rete. Se ne è parlato al XVII congresso di Psichiatria di Bormio dedicato appunto ai conflitti. Ma è giusto limitare l’autonomia dei ragazzi per paura? “Nella pratica clinica quotidiana, noi specialisti incontriamo spesso ragazzi attraversati da crisi profonde, che si manifestano attraverso conflitti accesi con genitori e insegnanti. Le notizie ci mettono di fronte a fatti che ci sgomentano. Per questo – spiega Elisa Fazzi, presidente Sinpia e ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso l’Università degli Studi di Brescia - dobbiamo uscire dal congelamento e dalla paralisi emotiva che questi eventi ci provocano. Dobbiamo fare una riflessione sul significato del conflitto e sulle ragioni del suo essere”.
Professoressa Fazzi, come possiamo eliminare questo conflitto?
“Questa richiesta rivela una rappresentazione diffusa ma fuorviante: l’idea che la tensione sia un malfunzionamento dello sviluppo, qualcosa da spegnere rapidamente per ripristinare un equilibrio perduto. Eppure le evidenze scientifiche suggeriscono una prospettiva diversa: il percorso di crescita non è lineare, né privo di attriti e il conflitto ne costituisce una componente strutturale. Occorre un cambio di paradigma: il conflitto non è un errore da correggere, ma una condizione necessaria dello sviluppo. Diventa problematico solo quando non può essere compreso, contenuto o trasformato in pensiero. La vera domanda non è come eliminarlo, ma come imparare ad abitarlo”.
Le crisi evolutive sono quindi momenti di riorganizzazione. Quali sono quelle più significative?
"Nella prima infanzia, il conflitto riguarda la separazione dalle figure genitoriali e la regolazione emotiva nonché quella dei ritmi come il sonno e l’alimentazione, nella tensione tra il bisogno di protezione e la spinta all’esplorazione. Nell’età scolare, si sposta sulla competenza e sul confronto sociale, mentre in adolescenza diventa il fulcro stesso dello sviluppo: il corpo cambia, l’autorità viene messa in discussione, l’identità è in costruzione. Queste fasi sono attraversate da polarità fondamentali - dipendenza e autonomia, appartenenza e individuazione, desiderio e limite —-che non vanno eliminate ma integrate”.
Perché l’adolescenza è il momento di maggiore conflitto?
“L’adolescenza rappresenta una fase di straordinaria plasticità cerebrale, caratterizzata da uno squilibrio temporaneo tra sistemi emotivi e sistemi di controllo ed è il laboratorio biologico del conflitto. Le aree limbiche, responsabili delle emozioni e della ricerca di ricompensa, maturano precocemente, mentre la corteccia prefrontale, deputata alla regolazione degli impulsi e alle funzioni esecutive, completa il suo sviluppo solo intorno ai 20 anni. Questo ‘scarto’ rende il comportamento adolescenziale più impulsivo e conflittuale: non si tratta di un deficit, ma del segno di un cervello in trasformazione”.
Cosa accade se gli adulti non danno spazio al conflitto?
“Il confine tra normalità e patologia non risiede nella presenza del conflitto, ma nella sua possibilità di essere elaborato. Quando manca un contesto capace di contenere e dare senso all’esperienza emotiva, il conflitto si trasforma in sintomo. Le forme più diffuse - comportamenti autolesivi, ritiro sociale, disturbi del comportamento alimentare, aggressività e disturbi dirompenti del comportamento - possono essere lette come tentativi estremi di gestire una tensione interna che non trova parole. In questi casi, il problema non è l’eccesso di conflitto, ma la sua impossibilità di essere pensato”.
Cosa fare per trasformare il conflitto in una risorsa?
“Essere genitori significa trasformare il conflitto in dialogo. Le famiglie devono tollerare la fatica dello scontro senza ricorrere immediatamente alla medicalizzazione. La scuola può diventare uno spazio privilegiato di mediazione mentre i servizi di neuropsichiatria non devono solo trattare il sintomo, ma a costruire significati, lavorando sull’individuo e sui contesti che devono contenere la crisi. Le crisi evolutive sono momenti di rischio e di possibilità. La sfida per chi si occupa di salute mentale nell’età evolutiva è non cedere alla tentazione di spegnere ogni tensione con una diagnosi, ma accompagnare i processi di trasformazione. Abitare il conflitto significa riconoscerlo, sostenerlo e renderlo pensabile. E accettare che crescere implica attraversare momenti di disordine per costruire nuovi equilibri. È dentro quella tensione che prende forma lo sviluppo”.
Che consigli pratici darebbe a un genitore?
"Trasformare le regole in accordi negoziati. Quando i figli partecipano alla definizione delle norme, sono più propensi a rispettarle. Bisogna evitare frasi come: ‘Si fa così perché lo dico io’. Serve anche un ascolto attivo ed empatico. Ascoltare significa prestare attenzione anche alle emozioni sottostanti. Quando il ragazzo capisce che comprendi i suoi sentimenti, si crea un clima di fiducia. Serve un linguaggio emotivo ‘morbido’. Le emozioni ‘dure’ come rabbia o sarcasmo attivano invece difesa nell'adolescente. È più efficace esprimere le proprie preoccupazioni in prima persona, spostando il confronto sul piano della reciprocità emotiva. Non servono punizioni ma conseguenze logiche alle azioni. Se l'uso del cellulare impedisce lo studio, la conseguenza è studiare senza il telefono. Le conseguenze insegnano la responsabilità e vanno comunicate con calma e senza trascendere. Bisogna infine selezionare le battaglie. Voler correggere ogni dettaglio (abbigliamento, cibo, ordine..) crea solo muri. È più saggio essere fermi sui valori come la sicurezza, la salute e il rispetto reciproco, lasciando spazio su questioni secondarie”.