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Quando il mondo fa paura, come aiutare i bambini vittime della guerra

Due bambine fra le macerie a Gaza (Foto Ansa) 

Milioni di minori vivono fra le bombe e il timore di non sopravvivere. È possibile aiutarli ad affrontare un quotidiano così difficile?

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Immagini delle bombe a Teheran, a Gaza. La guerra che in Ucraina fa parte del quotidiano già dall’inizio del 2022. A volte, guardando i reportage in televisione, dimentichiamo che migliaia di bambini vivono gli effetti dei conflitti. Vedono sparire le persone che amano, crollare le loro case sotto qualche ordigno. Non hanno più una scuola dove andare o un giardino dove giocare.

Come far capire che cos’è la guerra a un ragazzino che la vive ogni giorno e che può anche essere costretto a fuggire con la famiglia per mettersi in salvo? Come aiutarlo ad affrontare traumi difficili da cancellare? “L’esperienza dei bambini che vivono in un contesto di guerra è già incorporata nel loro quotidiano ed è quindi un vissuto che non si giova di una “spiegazione”, perché è la realtà quotidiana. Le considerazione emerse dalla ricerca sul trauma infantile dimostra che l’esposizione prolungata a eventi bellici interferisce con la capacità del bimbo di costruire una narrazione coerente degli eventi, soprattutto nei primi anni di vita in cui le funzioni del pensiero astratto non sono completamente sviluppate. Nei contesti di conflitto la prevalenza di sintomi post-traumatici nei minori può arrivare a circa un terzo della popolazione esposta, con variazioni legate alla durata e intensità del conflitto”, spiega la professoressa Elisa Fazzi, presidente della Società Italiana di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza e ordinario di Neuropsichiatria Infantile presso l’Università degli Studi di Brescia.

Professoressa Fazzi, come proteggere questi bambini?

“Ciò che risulta protettivo non è tanto la spiegazione degli eventi, quanto la presenza di una figura adulta stabile che funzioni da regolatore emotivo esterno. La riduzione dell’attivazione del sistema di stress nei bambini avviene principalmente attraverso la co-regolazione, cioè attraverso segnali relazionali come la voce, la presenza fisica e la prevedibilità delle interazioni con le figure adulte di riferimento. È fondamentale quindi comunicare in modo semplice, evitando sia dettagli traumatici non necessari sia false rassicurazioni, perché il bimbo non ha bisogno di una interpretazione complessa della guerra ma la sensazione di non essere lasciato solo dentro un’esperienza così drammatica”.

C’è un modo per non spaventarli ulteriormente?

"La paura nei bambini esposti a guerra non dipende solo dagli eventi, ma anche dal grado di instabilità del contesto in cui si trovano. L’imprevedibilità, ad esempio, è uno dei principali fattori che mantengono attivo il sistema di allerta del nostro cervello attraverso la persistente attivazione dell’amigdala e del sistema di risposta allo stress. Se e quando il bambino non riesce a prevedere ciò che accadrà, il corpo rimane in uno stato di allarme cronico che alimenta sintomi come ipervigilanza, insonnia e reazioni di paura intensa. Anche in condizioni estremamente difficili, la presenza di routine ripetitive e di comportamenti coerenti da parte degli adulti rappresenta un elemento fondamentale di contenimento. I bambini tendono a sincronizzare le proprie risposte emotive con quelle dei caregiver, per cui la calma dell’adulto ha un effetto diretto sulla riduzione dell’agitazione del bambino. Evitare l’esposizione a dettagli violenti non necessari non significa negare la realtà, ma ridurre il rischio di immagini intrusive che possono contribuire alla formazione di sintomi post-traumatici".

Il trauma lascia dei segni. Come sostenere un minore che vive un conflitto?

“L’esposizione alla guerra nei bambini è associata a un aumento di disturbi psicologici, tra cui il disturbo post-traumatico da stress( PTDS) che puo’ arrivare al 20- 30%, della popolazione esposta, disturbi d’ansia, depressione e alterazioni del sonno, con punte più elevate nei contesti di esposizione prolungata o multipla. Nei più piccoli si osservano inoltre frequentemente regressioni comportamentali, difficoltà cognitive e alterazioni nella regolazione emotiva. Gli interventi più efficaci non sono quelli esclusivamente verbali, ma quelli basati sulla stabilità relazionale e sull’mentalizzazione dell’esperienza. Oltre alla presenza di un adulto di riferimento anche il gioco e le attività espressive svolgono un ruolo fondamentale, poiché permettono l’elaborazione simbolica del vissuto e che il bambino non è ancora in grado di esprimere con le sue parole”.

Come si curano le “ferite invisibili” del trauma?

"Le conseguenze psicologiche della guerra nei bambini comportano alterazioni non solo emotive ma anche neurobiologiche. Studi di neuroimaging hanno evidenziato che l’esposizione prolungata a stress traumatico può modificare il funzionamento di aree cerebrali come l’amigdala, l’ippocampo e la corteccia prefrontale, con effetti sulla regolazione delle emozioni, sulla memoria e sul controllo degli impulsi. Dal punto di vista clinico, gli interventi con maggiore evidenza empirica includono terapie focalizzate sul trauma, entrambe supportate da studi controllati pubblicati su riviste scientifiche e raccomandate anche da linee guida internazionali. Nei più piccoli risultano efficaci anche interventi basati sul gioco terapeutico e su approcci centrati su esperienze somatiche che aiutano la regolazione fisiologica dello stress. È importante sottolineare che sintomi come aggressività, isolamento o regressione non devono essere interpretati come disturbi comportamentali primari, ma come espressioni adattive di un sistema nervoso che ha subito una sovra-attivazione prolungata”.

La resilienza si può sviluppare nei bambini esposti alla guerra?

"La resilienza, non è l’assenza di sofferenza, ma è la capacità del sistema psichico di riorganizzarsi dopo l’impatto traumatico, trasformando progressivamente l’esperienza attraverso processi di adattamento e di elaborazione. Non è una caratteristica innata, ma un processo dinamico che emerge dall’interazione tra fattori biologici, psicologici e ambientali. Nei bambini esposti a traumi gravi la capacità di essere resilienti dipende in modo determinante dalla presenza di relazioni di attaccamento sicuro e da contesti ambientali stabili. Il fattore più costantemente associato a esiti positivi è sempre la presenza di almeno un adulto affidabile che garantisca continuità affettiva e regolazione emotiva".

Qual è il ruolo degli insegnanti nei contesti di guerra o post-conflitto?

"La scuola rappresenta uno dei principali fattori protettivi per i bambini esposti a guerra, come dimostrato da numerosi studi in ambito Unesco e da ricerche su letteratura internazionale. La continuità educativa è associata a una riduzione significativa dei sintomi traumatici e a un miglioramento del funzionamento psicologico e sociale. Gli insegnanti, in questi contesti, non svolgono solo una funzione educativa ma anche regolatoria, poiché contribuiscono a ristabilire routine e prevedibilità in un ambiente altrimenti caotico. La scuola offre inoltre uno spazio in cui il bambino può recuperare esperienze di normalità e interazione sociale sicura. È fondamentale che gli insegnanti siano in grado di riconoscere segnali di disagio senza forzare la narrazione del trauma, che può risultare destabilizzante”.

Come si può spiegare invece la guerra a un bambino che non la vive?

"In questi bambini, il rischio principale è rappresentato dalla traumatizzazione indiretta attraverso media e narrazioni. L’esposizione ripetuta a immagini di violenza può aumentare i livelli di ansia anche in assenza di esperienza diretta del trauma. La comunicazione deve essere calibrata in modo da fornire informazioni essenziali senza sovraccaricare il sistema emotivo del bambino. È importante utilizzare spiegazioni semplici, che introducano il concetto di conflitto umano senza entrare in dettagli sensoriali traumatici e rafforzare il senso di sicurezza personale e di protezione. La ricerca mostra inoltre che i bambini elaborano meglio le informazioni difficili quando queste vengono bilanciate con elementi di speranza, cooperazione e prospettive di aiuto reciproco”.