Negli ultimi dodici anni, circa 500 insegnanti sono stati denunciati dai genitori e processati. Non è solo un dato giudiziario ma il segnale di una tensione crescente dentro la scuola, di un rapporto educativo che, in molti casi, si incrina fino a trasformarsi in conflitto. Negli stessi anni, il livello di stress tra i docenti è diventato una costante, non più un’eccezione. Non riguarda pochi casi isolati. Riguarda una condizione diffusa, silenziosa, che attraversa le aule ogni giorno. E allora possiamo davvero pensare che il problema della scuola si risolva intervenendo solo all’inizio, con test psico-attitudinali o nuove forme di selezione? Quegli strumenti possono essere utili, ma non bastano. Perché insegnare non è una qualità che si certifica una volta per tutte.
Insegnanti soli
È una funzione che si costruisce e si mette alla prova nel tempo, dentro relazioni sempre più complesse. Oggi un insegnante entra in classe e si trova a gestire molto più della didattica. Deve contenere, interpretare, mediare. Deve stare dentro dinamiche emotive che cambiano continuamente, tra studenti fragili e famiglie spesso pronte al confronto, se non allo scontro. E tutto questo, nella maggior parte dei casi, avviene in solitudine.
Un sistema che non sostiene i docenti
È qui che il sistema mostra il suo limite più grande: chiede molto, ma offre poco sostegno. E quando manca uno spazio per rileggere ciò che accade, la fatica si accumula. Diventa rigidità, distanza, a volte errore. Fino, in alcuni casi, ad arrivare in tribunale. Per questo continuare a ragionare solo sulla selezione iniziale rischia di essere una risposta parziale. Anche il miglior insegnante, lasciato solo nel tempo, può trovarsi in difficoltà. Forse il punto non è capire chi è adatto una volta sola, ma aiutare gli insegnanti a restarlo.
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Condividere le difficoltà
Bisognerebbe introdurre in modo strutturato gruppi mensili di supervisione per docenti. Spazi guidati da psicologi esperti, dove portare ciò che accade davvero in classe, condividere le difficoltà, rileggere le dinamiche prima che diventino conflitto. Non è sicuramente formazione tradizionale, non è un aggiornamento ma uno spazio di ascolto e pensiero.
Un luogo dove la fatica può essere riconosciuta e trasformata, invece che semplicemente sopportata. Dove la relazione educativa può essere compresa, prima di rompersi. In altri contesti professionali (a forte stress) è la norma. Nella scuola, ancora no. Eppure, se vogliamo davvero parlare di futuro dell’istruzione, forse è da qui che dobbiamo partire: non solo da chi entra, ma da come resta. Perché una scuola non si salva aggiungendo strumenti di controllo ma prendendosi cura di chi, ogni giorno, prova a tenerla in piedi
Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, è presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” Docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche