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Ebola in Congo: “Situazione disperata. Una bomba a orologeria”

Un virus sconosciuto ai test, nessun vaccino, una zona di guerra. Il focolaio di Bundibugyo è già fuori controllo. Parla Saani Yakubu Mohammed, direttore in Congo di Action Aid, prima organizzazione ad alzare la voce, un giorno prima dell’OMS

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Saani Yakubu Mohammed dirige ActionAid nella Repubblica Democratica del Congo da una delle province più pericolose del pianeta. Quando a maggio i primi malati gravi hanno cominciato a morire nel giro di quattro giorni nella provincia dell’Ituri, la sua organizzazione era già sul campo - presente in tutti i territori colpiti, con reti radicate nelle comunità locali - e ha lanciato l’allarme un giorno prima che l’Organizzazione mondiale della sanità pronunciasse la sua dichiarazione ufficiale. “Quello che abbiamo visto nelle dodici comunità di Nyankunde, Nizi e Bunia”, dice Saani, “è una situazione disperata: scarsi livelli di consapevolezza della malattia, mancanza di infrastrutture di protezione, gravi interruzioni dei servizi nei centri sanitari e nelle scuole”.

Nell’83% delle scuole non ci si può lavare le mani

ActionAid ha condotto una valutazione rapida dei bisogni nelle comunità colpite. I numeri che ne emergono hanno il peso specifico di un rapporto clinico: l’83 per cento delle scuole non dispone di postazioni per il lavaggio delle mani o per l’igiene specifica per l’Ebola; il 78 per cento non ha dispositivi di protezione individuale per insegnanti e studenti; il 74 per cento degli insegnanti non ha ricevuto alcuna formazione. E soprattutto: quasi un terzo delle scuole esaminate ha già registrato almeno un caso sospetto. “Come possiamo contenere un’epidemia”, chiede Saani, “quando gli insegnanti e le madri a casa sono mal equipaggiati e scarsamente informati su come gestire la malattia?”

Il virus che i test non riconoscevano

Per capire perché questa epidemia sia rapidamente sfuggita al controllo, bisogna partire da ciò che è accaduto nei primi giorni di maggio, quando nell’Ituri hanno cominciato a comparire casi di una febbre emorragica fulminante: operatori sanitari morti nel giro di pochi giorni, nuclei familiari contagiati in sequenza, sintomi compatibili con Ebola. I campioni biologici vengono raccolti e analizzati. Il risultato iniziale, però, è negativo. Non perché il virus non ci fosse, ma perché si stava cercando quello sbagliato.

Ebola, un solo nome per diversi virus

Come spiegano i documenti tecnici dell’Organizzazione mondiale della sanità e dei Centers for Disease Control and Prevention statunitensi Ebola non indica un unico virus ma una famiglia di filovirus geneticamente differenti. La specie più conosciuta è lo Zaire ebolavirus, responsabile della devastante epidemia dell’Africa occidentale del 2014-2016 e del lungo focolaio del Congo orientale tra il 2018 e il 2020. È attorno a quella specie che negli ultimi anni sono stati costruiti i principali strumenti di risposta: test diagnostici rapidi, vaccini e protocolli terapeutici. Il virus oggi in circolazione nell’Ituri appartiene invece a un’altra specie: il Bundibugyo ebolavirus, identificato per la prima volta nel 2007 nell’area di confine tra Uganda e Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di una variante molto meno frequente e molto meno studiata, per la quale esistono pochi dati epidemiologici e nessun vaccino approvato. Il risultato negativo iniziale, quindi, non escludeva Ebola in assoluto; escludeva soltanto la variante che i medici si aspettavano di trovare. Tra i primi sospetti clinici e la conferma ufficiale del Bundibugyo trascorrono circa dieci giorni. In un’epidemia ad alta trasmissibilità, dieci giorni equivalgono a decine di catene di contagio.

Valore elevato di positivi

Gli epidemiologi considerano particolarmente significativo un altro dato emerso nelle prime analisi: la percentuale di positività sui campioni esaminati supera il sessanta per cento. In epidemiologia delle febbri emorragiche, un valore così elevato suggerisce in genere che il sistema sanitario stia intercettando solo una parte dei contagi reali e che il virus stia già circolando in maniera molto più ampia di quanto i numeri ufficiali riescano a mostrare.

Ituri: guerra, mobilità e sistemi sanitari al collasso

Contenere un’epidemia di Ebola in una zona di conflitto armato attivo è un’operazione molto difficile, per il semplice fatto che non si ha il controllo del territorio e i pericoli per gli operatori sono estremi. La provincia dell’Ituri è teatro, dalla fine del 2025, di un’intensificazione drammatica degli scontri: oltre centomila nuovi sfollati, strutture sanitarie già fragili in tempo di pace ora in molte aree inaccessibili o distrutte, operatori che lavorano in zone dove vengono uccisi. Una popolazione in continuo movimento è esattamente ciò che il virus chiede per diffondersi. A questo si aggiunge un fattore della zona: l’Ituri è una regione mineraria con molti spostamenti di persone. E il virus viaggia con chi cerca lavoro, con chi torna dalla famiglia, con chi ha assistito un parente malato e poi sale su un autobus. Il focolaio, di conseguenza, non è più circoscritto al punto di partenza. Casi confermati sono stati segnalati in nove zone sanitarie dell’Ituri. Almeno uno è stato documentato a Goma, una città di milioni di abitanti sulla frontiera con il Ruanda, attualmente sotto controllo di un gruppo armato. Due casi sono stati accertati a Kampala, in Uganda, uno dei quali letale. Il Sud Sudan ha segnalato un contagio nella zona di confine. Un cittadino americano infettato in Congo è stato trasferito in Germania per cure specialistiche, e altri sei contatti ad alto rischio sono in evacuazione medica verso lo stesso reparto di isolamento. L’Ebola di Bundibugyo è arrivata in Europa.

Nessun vaccino, nessuna cura: il vuoto terapeutico

La dimensione più inquietante di questa crisi non è geografica: è farmacologica. Contro il virus Bundibugyo non esiste alcuno strumento terapeutico o preventivo validato. I vaccini anti-Ebola sviluppati nell’ultimo decennio, quelli che hanno fatto la differenza nelle epidemie più recenti, trasformando la risposta sul campo, sono diretti contro il virus Zaire. Lo stesso vale per gli anticorpi monoclonali approvati per il trattamento dei malati: hanno cambiato la prognosi dell’Ebola Zaire se somministrati precocemente, ma sul Bundibugyo non sono stati testati in studi clinici, e non esistono dati sufficienti per assumere che la loro efficacia sia trasferibile.

Muore un terzo dei contagiati

La letalità di questa specie, sulla base dei pochi focolai storicamente documentati, si attesta intorno a un terzo dei contagiati. Con ospedali saturi, diagnostica in ritardo e risorse insufficienti per raggiungere i malati nelle aree rurali, ci sono poche ragioni per credere che quel dato non sia destinato a peggiorare.

Quanto all’allarme nelle scuole, ActionAid è esplicita: l’assenza di dispositivi di protezione nelle comunità è, nelle parole del dottor Saani, “una bomba a orologeria”. E le donne ne pagano il prezzo più alto: l’82 per cento delle intervistate dall’organizzazione ha dichiarato di prestare assistenza primaria ai familiari malati, esponendosi in modo sproporzionato al contagio, spesso senza protezioni e senza formazione.

La lezione che non abbiamo imparato

Questa epidemia obbliga a una riflessione che va oltre l’emergenza del momento. Dopo il disastro del 2014 in Africa occidentale era diventato evidente che il tempo è una variabile decisiva. Da quella lezione erano emersi i vaccini, i protocolli, le reti di allerta precoce. Ma quella lezione riguardava un virus preciso, il più conosciuto, quello atteso. Il Bundibugyo ha dimostrato che la sorveglianza globale è costruita per intercettare le minacce già catalogate

Il rischio per l’Italia e per l’Europa, in termini assoluti, resta contenuto: un caso importato e gestito in un centro specializzato non dovrebbe rappresentare un problema insormontabile. Ma quel filtro, nella pratica quotidiana, lo tengono in piedi gli operatori sanitari locali e le équipe delle organizzazioni umanitarie. Come ActionAid, presente nell’Ituri dal 2022 con programmi di istruzione, protezione dalla violenza di genere e sicurezza alimentare, e già attiva sulla risposta all’Ebola prima ancora che l’OMS dichiarasse l’emergenza. Quando quel sistema entra in crisi - come accade oggi - la distanza tra Bunia e Roma si accorcia molto più di quanto le mappe lascino immaginare.

Investire nella risposta là dove l’epidemia si manifesta non è un atto di solidarietà internazionale. È prevenzione.