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Il caso Belén, quando crolla la star che sembrava invincibile

Belén Rodriguez (Foto Ansa) (ansa)

Non riusciamo ad accogliere la fragilità. Il problema è che abbiamo trasformato la prestazione in una virtù morale. Essere sempre efficienti è diventato un obbligo sociale

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Riflettori accesi su Belén. Qualche giorno fa era finita in ospedale, ora la notizia di una denuncia per omissione di soccorso. Avrebbe provocato due incidenti con la sua auto. Il caso Belen può riguardare tutti noi: perché nessuno è al riparo dal panico quando il corpo presenta il conto.

“Ma cosa le sta succedendo?”. È la domanda che compare ogni volta che qualcuno smette di corrispondere all’immagine che avevamo costruito di lui. O di lei. Nel caso di Belén Rodriguez la domanda è arrivata puntuale, accompagnata dal rumore di fondo che oggi accompagna ogni fragilità esposta: commenti, ipotesi, ironie, diagnosi fai-da-te. Ma il punto non è capire cosa stia accadendo a Belén ma siamo noi. Perché c’è qualcosa di profondamente rivelatore nel modo in cui guardiamo chi crolla.

Osserviamo le fragilità altrui

Non osserviamo il dolore: osserviamo la crepa. E spesso non per comprenderla, ma per verificarla, ingrandirla, raccontarla. Viviamo in un tempo strano. Parliamo continuamente di salute mentale, di benessere psicologico, di ascolto. Ma appena la sofferenza smette di essere teoria e prende un volto concreto, stanco, confuso, vulnerabile, torniamo rapidamente al linguaggio di sempre: “non era lucida”, “si è lasciata andare”, “cosa le prende?”.

Come se la fragilità fosse accettabile soltanto quando è ordinata, spiegabile, possibilmente già risolta. Eppure un attacco di panico non è un capriccio emotivo né un cedimento morale. Non arriva per debolezza. Arriva spesso dopo troppo tempo passato a resistere. Dopo settimane, mesi, talvolta anni in cui si continua a funzionare, a sorridere, a mantenere il ruolo mentre dentro qualcosa chiede tregua. Il corpo, a un certo punto, interrompe la trattativa con la mente. E questo non riguarda solo i personaggi pubblici. Riguarda tutti. La madre che tiene insieme lavoro e famiglia fino a scoppiare in macchina.

Essere sempre prestanti

Il padre che non dorme e continua a dire che va tutto bene. L’adolescente che teme di deludere e chiama “stress” ciò che lo sta divorando. Il professionista impeccabile che vive da mesi con il cuore in allarme. Il problema è che abbiamo trasformato la prestazione in una virtù morale. Essere sempre presenti, efficienti, controllati non è più un’aspirazione: è diventato un obbligo sociale. E chi non regge quel ritmo viene guardato con un misto di curiosità e sospetto. Forse è questa la vera malattia culturale del nostro tempo: non il crollo, ma l’incapacità di riconoscerlo come parte della condizione umana. Perché la fragilità non sempre arriva composta. A volte è disordinata, scomoda, perfino difficile da guardare. Ma resta fragilità. E una società adulta si riconosce non da quanto applaude chi appare invincibile, ma da come tratta chi, per un momento, smette di sembrarlo.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, è presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche