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Autolesionismo e suicidio, prevenire è possibile ma bisogna parlarne: gli interventi più efficaci

È possibile trattare con efficacia chi si fa brucia, s’infligge tagli, chi ha idee di morte, chi pensa di metterle in atto, prima che, tragicamente, ci riesca? Il punto sulle strategie migliori

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Bisogna ascoltare il silenzio, il dolore di chi si ritrae, scompare alla vista, sprofonda nel nero e pensa a farsi male, a uscire dal mondo una volta per tutte. Atti autolesivi, ideazione suicidaria e suicidio sono un'emergenza epidemiologica su scala mondiale. L’attenzione delle folle è rivolta altrove perché è un dolore muto, nascosto allo sguardo, il gesto di chi vuole scomparire. I curanti stessi esitano, temono di nominare i pensieri di morte, hanno paura di spingere chi li cova verso il baratro.

Un problema di salute pubblica

È invece è indispensabile sterzare, dirigersi verso chi pensa che la vita non abbia più senso, perché richiede cura, andarci con urgenza. Perché sembrano pensieri oscuri e privati, ma è un problema di salute pubblica e dobbiamo prestare attenzione è chi vorrebbe farsi male, scomparire per sempre. Una volta che abbiamo aperto gli occhi, notato quel comportamento elusivo, quel distacco, i segni di un allontanamento dalla vita quotidiana e dallo scambio sociale, è possibile essere d’aiuto?

È possibile trattare con efficacia chi si fa brucia, s’infligge tagli, chi ha idee di morte, chi pensa di metterle in atto, riusciamo a raggiungere chi ci ha già provato prima che, tragicamente, ci riesca? La risposta è netta ed è affermativa: si può intervenire con un certo grado di successo. Ecco, quel successo parziale è il cuore della questione. La ricerca dice senza mezzi termini che bisogna fare di più. Il motivo per cui bisogna parlarne, divulgare conoscenza è che quel certo grado è lontano dall’essere abbastanza.

Parlare in modo aperto

Cosa fare? Prima di tutto: se il terapeuta sospetta che il paziente abbia l’intenzione di farsi del male deve parlarne in modo aperto, franco. I pensieri diventano pericolosi se lasciati nell’ombra. E poi deve coinvolgere il paziente in un lavoro volto a resistere ai gesti autolesivi e a coltivare l’intenzione di restare in vita.

Cosa dicono gli studi più recenti

Veniamo alla ricerca. Cosa dicono gli studi più recenti, cosa funziona, cosa manca? Abbiamo a disposizione dati che da un lato guidano l’azione dei clinici e dall’altro possono informare chi richiede aiuto, che sia il paziente stesso, che siano i familiari e le persone care, preoccupate da quei silenzi e cupezze, dai segni inquietanti che indicano drammi possibili.

Quale terapia: individuale, di gruppo o familiare

Il primo dato riguarda il formato della terapia. Per ridurre l'ideazione suicidaria e soprattutto i tentativi di suicidio, varie modalità funzionano, seppure, ripeto, ancora non abbastanza. Van Eijk e i colleghi dell’università di Leiden hanno visto che terapia individuale, di gruppo e familiare sono efficaci.

Ma i formati combinati lo sono di più, la riduzione dei tentativi di suicidio era più marcata nel formato individuale/familiare e individuale/gruppo. Non è sorprendente, perché uno dei motivi che portano a perdere speranza nella vita è il sentirsi esclusi, fuori dalla comunità. Entrare nella cura insieme a familiari, in compagnia di altre persone che lavorano per stare meglio è già un primo atto di riconnessione col mondo. Personalmente, assistere a come gli altri pazienti reagiscono quando un membro del gruppo esprime idee suicide è una delle esperienze più toccanti che mi sia capitato. E quella reazione dei compagni di viaggio è vitale, alla lettera: conto per gli altri, lo sento, dicono i pazienti.

Le terapie realmente efficaci

Ancora non l’ho detto, ma è il caso di precisarlo: parlo di terapie supportate empiricamente. Non possiamo lasciare questioni di vita o di morte alle teorie e al ‘parlo per esperienza clinica’, servono modelli supportati da dati di efficacia, linee guida, ricerche che guidino i terapeuti nell’azione. Con questa precisazione descrivo un secondo studio in cui Wouter van Ballegooijen dell’Università di Amsterdam e colleghi hanno trovato che erano efficaci sia le psicoterapie dirette a ideazione e tentativi di suicidio, sia le terapie indirette, ovvero rivolte a pazienti che chiedevano aiuto per altri motivi, principalmente depressione e disturbi di personalità.

L’efficacia delle terapie indirette è una buona notizia. Si pensi alla cura del disturbo borderline di personalità, che ha tra i sintomi esattamente atti autolesivi e ideazione suicidaria. Chi soffre di quel disturbo magari cerca terapia per altri problemi, ma il terapeuta competente, curando il disturbo, apporta beneficio anche in quest’area, la più importante. L’efficacia delle terapie dirette e indirette è però ancora insoddisfacente, si può fare di più e probabilmente è necessario che i terapeuti siano istruiti ad affrontare in modo sistematico questi sintomi, a parlarne, ripeto, schiettamente e a concordare piani per smettere di farsi del male e astenersi dal mettere in atto le fantasie più nere.

La terapia più efficace per ridurre le recidive

Un terzo punto. Chi ha tentato il suicidio è da considerare ad alto rischio di provarci ancora. Hyunsuk Jeong dell’Università Cattolica di Seoul e colleghi hanno analizzato l’efficacia dei vari tipi di psicoterapia. È emerso con chiarezza che l’unica terapia più efficace dei trattamenti di controllo nel ridurre le recidive è stata la terapia cognitivo-comportamentale.

È bene che queste informazioni siano note a chi soffre e a chi gli sta intorno, in famiglia, nelle relazioni sentimentali, sul lavoro. E soprattutto devono saperle i professionisti perché si tratta di prendere decisioni che hanno a che fare alla lettera con la vita delle persone che chiedono aiuto.

L’emergenza: come aiutare i più giovani

Un momento dello sviluppo richiede un intervento urgente da parte dei ricercatori: l’adolescenza, in cui il suicidio è una delle principali cause di morte, soprattutto per i maschi. Un’analisi degli studi a disposizione di Leslie Sim della Mayo Clinic e colleghi ha mostrato che le ricerche a disposizione sono di qualità e numero insufficiente, non sappiamo abbastanza su come aiutare i giovani. È una questione di salute pubblica che i governi e i professionisti dovrebbero mettere in cima all’agenda.

È necessario essere vicini a chi pensa, in qualsiasi momento della sua vita, che l’esistenza non abbia più senso, andare incontro a chi è schiacciato da colpa, vergogna e perdita di speranza. È indispensabile non lasciare solo chi sta sprofondando nel buio, aiutarlo con l’abbraccio della comunità, con attenzione umana e la luce accesa della scienza.